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MERCATO/ La crisi ha finalmente "ucciso" l’uomo di plastica

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L’economia liberale e quella capitalistica in particolare attribuiscono tutto il surplus generato dall’attività produttiva (nella misura in cui residua dai ricavi dopo la remunerazione dei fattori produttivi in posizione contrattuale) interamente alla remunerazione del capitale proprio. Il surplus prodotto dall’impresa appartiene (è) del soggetto che ha conferito il capitale di rischio (proprio) per l’attività produttiva. Il tutto è giustificato dal diritto di proprietà e dal presupposto del primato del capitale proprio rispetto a tutti gli altri fattori produttivi.

 

Il surplus è del conferente il capitale proprio e, di conseguenza, il conferente è “libero” di utilizzarlo come meglio gli aggrada. Il surplus (il reddito positivo) prodotto dalla complessità dell’attività produttiva, nella sostanza delle cose, è concepito come un incremento di capitale interamente a disposizione delle decisioni “private” del soggetto capitalista sul presupposto che solo il capitale, nell’attività produttiva, è in grado di produrre nuovo capitale e che il nuovo capitale, di conseguenza, appartiene solo a colui che ha fatto il conferimento iniziale. Il che vale ad affermare che, secondo questa filosofia economica, solo il capitale è in grado di produrre altro capitale perché in sua assenza non sarebbe possibile attuare validi modelli d’impresa che siano in grado di competere e di svilupparsi nel mercato.

 

Questo è un pensiero conclusivo ampiamente contraddetto dalla quotidianità economica, giacché in essa possiamo notare la presenza di imprese che hanno posto sub rischio ontologico fattori produttivi diversi dal capitale come il lavoro, il conferimento di materie prime, ecc.. Di conseguenza il capitale proprio non deve essere considerato come l’unico fattore produttivo che è capace di sopportare e fronteggiare il rischio ontologico d’impresa e che sia in grado di postulare adeguati livelli di surplus. Questa erronea pretesa, mai sufficientemente contraddetta, è stata il fecondo viatico attraverso il quale l’economia capitalistica, di fatto, si è impossessata e ha configurato secondo le proprie esigenze il mercato e ha posto come unico motore propulsivo delle attività imprenditoriali il tornaconto dei conferenti il capitale proprio.

 

Quanto ora affermato ci permette altresì di riconsiderare l’impresa non solo nella sua forma capitalistica, ma anche nel suo essere, di fatto, un aggregato di fattori produttivi tutti necessari ed utili per la produzione, ove uno o più di questi possono assumersi il rischio ontologico - anche se variamente articolati nella loro remunerazione - e ove il fattore produttivo capitale proprio, più che riportarsi a un diritto assoluto e identificare l’unica e più alta volontà aziendale, diviene una sorta di “attrazione prima” indispensabile verso gli altri fattori produttivi a loro volta tutti indispensabili. Questo significa non riconoscere al capitale proprio un primato aziendale rispetto agli altri fattori produttivi, ma riconoscergli solo una capacità propulsiva ed aggregante che, opportunamente, dovrà essergli ricompensata. Il capitale proprio diviene così uno fra i necessari fattori produttivi che ha particolari caratteristiche che gli debbono essere riconosciute, ma certo non dovrebbe essere considerato come l’unico fattore produttivo in grado di mettere in essere e governare un’impresa e, quindi, di esserne l’unica e più alta espressione di volontà.



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