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MERCATO/ La crisi ha finalmente "ucciso" l’uomo di plastica

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Il fattore lavoro, nell’impresa capitalistica, è considerato un fattore produttivo in posizione contrattuale. I diritti e i doveri sono quelli previsti dal contratto. Il contratto diviene il naturale perimetro di ciò che deve essere fatto da parte del lavoratore nel processo produttivo; per cui il “dover fare”, di fatto, diviene l’indiscutibile “dover essere”. Quello che “deve fare” il fattore lavoro è solo ciò che è stato predisposto dalla volontà del capitale, di conseguenza, questo fattore “è” un fattore produttivo “subordinato” a questa volontà.

 

La sua acquisizione contrattuale lo pone alla stessa stregua degli altri fattori produttivi, ovvero, come spesso si dice, esso è merce tra le merci. Questa condizione, la si affermi o meno, è sostanzialmente la concezione capitalistica del fattore lavoro. L’operaio, l’amministrativo, il dirigente (anche se con varia gradualità tra loro) costituiscono, in buona sostanza, il fattore produttivo “subordinato”, cioè un fattore senza autonoma volontà, ma organizzativamente “dipendente” rispetto alle scelte di politica aziendale che saranno prese solo da una volontà superiore (espressione diretta o indiretta del potere del capitale), scelte alla cui formazione esso non partecipa quasi mai e a cui, comunque, non è “istituzionalmente” vocato.

 

Questa netta contrapposizione tra capitale e lavoro ha costituito nel tempo uno dei perni della discordia economica, ma è anche divenuto il centro intorno al quale si sono avanzate e si avanzano possibili soluzioni economiche per l’interpretazione e la realizzazione di modelli aziendali alternativi a quelli più tipicamente capitalistici. Nuovi modelli ove viene ricercata una più armonica e solidale “com-partecipazione” nell’interesse di entrambi questi fattori produttivi, ma anche nel più generale interesse che investe il bene comune della società.

 

Capitale e lavoro sono stati ideologicamente considerati in posizioni tra loro contrapposte: gli interessi del primo ideologicamente e dialetticamente contrapposti nella “prassi” all’altro. Questa contrapposizione conflittuale è stata sollecitata, mantenuta ed ampliata dai diversi presupposti di indagine sulla realtà che possedevano la filosofia capitalistica (1) e quella marxiana (2). Si è trattato, in buona sostanza, di un conflitto per il “potere” a tutto tondo, ma che originava e trovava la sua primaria ragione d’essere sulla concezione e sull’uso dei mezzi di produzione.

 

 

Nella concezione capitalistica (1) - per come già osservato - il capitale è lo strumento per l’acquisizione dei mezzi di produzione e questi ultimi, a loro volta, sono la forma eterogenea attraverso cui il capitale si palesa nella concretezza delle dinamiche economiche. Capitale e proprietà sono tra loro intimamente congiunti. Il potere che il capitale possiede è il potere assoluto del proprietario. Il primato del capitale rispetto agli altri fattori produttivi si viene, quindi, a sostanziare nel presupposto-dogma che solo il capitale può e deve esprimere la volontà che poi si concretizzerà nell’operatività delle scelte economiche.



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