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MERCATO/ La crisi ha finalmente "ucciso" l’uomo di plastica

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La posizione marxiana (2) vede nell’unicità della volontà che scaturisce dal diritto di proprietà dei mezzi di produzione l’origine dello sfruttamento del lavoro. Questo stesso sfruttamento ha permesso e permetterebbe l’accumulo della ricchezza (del nuovo capitale) solo nelle mani dei proprietari dei mezzi di produzione. Occorre, quindi, secondo questa filosofia, effettuare scelte drastiche di cambiamento: espropriare i mezzi di produzione dalle mani dei capitalisti e trasferirli al fattore lavoro. Questo trasferimento deve avvenire in maniera indiretta: lo Stato, nell’interesse generale, sarà il vero proprietario dei mezzi di produzione ed eserciterà questo diritto in nome e nell’interesse dei lavoratori.

 

Queste due diverse concezioni hanno cristallizzato il rapporto tra capitale e lavoro. La contrapposizione ha radici lontane che originano sia dalla concezione tornacontista dell’economia capitalista sia nella tragicità di quella marxiana espressa nei vari modelli marxisti che hanno tentato di esprimerla. Queste due interpretazioni sono, per molti aspetti, entrambe disumanizzanti, nel senso che per esprimersi nella quotidianità si sono dovute “immaginare” e “costruire” un uomo che artificiosamente obbedisse ai propri canoni: il capitalismo tramite l’assenza di cuore, di sentimento e di gratuità dell’homo oeconomicus e i vari marxismi attraverso l’uomo asservito alla prassi del partito-stato nel presupposto quasi messianico della rivoluzione proletaria.

 

La libertà dell’uomo, la sua possibilità di interagire con volontà autonoma, il suo spirito di solidarietà e di sussidiarietà sono stati mutilati da entrambe le ideologie. Il loro nemico è l’uomo comune quando dimostra di saper utilizzare autonomamente o in forme aggregative aziendali, modelli di impresa diversi dai loro. Il vero nemico di queste ideologie è l’uomo solidale capace di sussidiarietà e di gratuità ovvero l’uomo costruttore di un’economia più umana.

 

Ci sembra giusto osservare che mentre i vari marxismi, che la realtà ha conosciuto, sono stati sempre tragicamente devastanti nei confronti di questa libertà, il capitalismo - pur nella durezza del proprio presupposto - ha trovato, specialmente nelle società democratiche, un qualche temperamento nell’azione politica, in quella sindacale, nelle posizioni della dottrina sociale della Chiesa. Dobbiamo, però, osservare che entrambe le economie hanno una natura meramente materialista: mentre l’azione primaria dei vari marxismi è stata quella di creare un mercato autoritariamente controllato e, quindi, di porre in maniera ordinaria nella mani dello Stato le scelte produttive e le “dimensioni dei bisogni”; il capitalismo cerca costantemente di raggirare o diminuire le regole proprie del libero mercato per avere sempre più le mani libere per agire in posizione dominante e per orientare in maniera più possibile monopolistica e monopsonistica i mercati e, in ultima analisi, anche di condizionare i bisogni.

 

(Primo di due articoli)



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