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LETTURE/ Che cosa vuole il nostro animo? Ce lo dicono Lucrezio e il "caso B"...

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E’ pur vero che molti tra i potenti, affetti dalle brame più sfrenate, risultano poi di fatto impotenti, non generano figli, non lasciano eredi che ne proseguano l’opera. Perciò, più passano gli anni, più cresce attorno a loro il vuoto, più si ingigantisce il terrore della morte, più si aggrappano a ciò che possono e vogliono ancora controllare, il potere e la dissolutezza.

Conoscere e saper leggere queste dinamiche costanti dell’uomo e in particolare dell’uomo di potere può essere utile per evitare il moralismo nel giudizio sulla sua condotta privata. Non si tratta di giustificare i vizi, riducendoli a meccanismi, piuttosto si tratta di lealtà nel considerare che cosa l’uomo sia. Dopo venti secoli di cristianesimo bisognerebbe essere proprio stolti a non concepire la libertà umana come fattore privilegiato della moralità di una azione. Quella libertà alla quale è stata posta una domanda fondamentale, alla quale ciascuno è tenuto a dare la sua personale risposta: quid animo satis? che cosa basta all’animo?

Quando Seneca afferma che “il bene dell’animo deve trovarlo l’animo”, senza lasciarsi irretire dall’opinione della maggioranza o dalle convinzioni della folla, ognuno intende  che quel monito tocca la libertà personale di ciascuno. Nella presa d’atto dell’insaziabilità del desiderio umano e nelle decisioni che ne derivano, l’uomo comune come l’uomo di potere rivela di che pasta è fatto. Lucrezio indica con espressione icastica l’effetto di questa dolorosa e liberante conquista.
“Eripitur persona, manet res”: si strappa la maschera, rimane la realtà.



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