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IL CASO/ È la "malattia" della letteratura a spiegare la crisi dell’Irlanda

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Le narrazioni giornalistiche della crisi irlandese affastellano - con drammatica e convulsa intensità - fatti di cronaca, eventi istituzionali e accadimenti della sfera economico-finanziaria del difficile presente dell’Isola di Smeraldo: quell’isola antica - caratterizzata da forza interiore e capacità di solidarietà difficilmente eguagliabili - che, nella contingenza della sua impressionante crescita economica tra il 1995 ed il 2007, aveva invece assunto l’inquietante (e snaturante) fisionomia felina della Celtic Tiger, secondo un modello metaforico già utilizzato in precedenza per le cosiddette Asian Tigers.

 

Tale disordinata congerie di fatti, eventi ed accadimenti - comprensibilmente determinata dall’inderogabile necessità di superare l’ardua quotidianità dell’oggi, con le sue più crudeli manifestazioni - fa passare in secondo piano elementi di natura culturale che emergono nella situazione attuale e che dovrebbero essere tenuti in più seria considerazione. Su tutti, ad esempio, la pericolosa saldatura tra crisi finanziaria, aiuti europei, dipendenza economica e sudditanza politica che alcuni osservatori (non la loro totalità) non hanno mancato di rilevare. “L’Irlanda non è in saldo, men che meno la sua indipendenza”, hanno, infatti, gridato migliaia di persone scese nelle strade per contrastare l’accordo Ue sul sostegno alla nazione irlandese, ed il percorso di quei cortei di varia origine si è concluso davanti al General Post Office di Dublino (teatro nel 1916 della famosa ribellione di Pasqua contro il dominio britannico), suscitando alcune emblematiche prese di posizione nell’opinione pubblica nazionale: una parte di quest’ultima ha, infatti, criticato gli organizzatori per la scelta del GPO, in quanto cinicamente orientata a sfruttare il rispetto dei lavoratori per uno dei luoghi storici di Dublino in modo da attenuarne la protesta (diverso sarebbe stato l’esito, dicono costoro, se i cortei si fossero conclusi davanti alla sede del governo); altri commentatori hanno, invece, indicato proprio nel GPO il luogo simbolico più adatto per far confluire rivendicazioni di natura economico-finanziaria e politico-istituzionale: non casualmente, il quotidiano Irish Examiner, fondato nel 1841 per sostenere il progetto della Home Rule irlandese e l’emancipazione sociale e politica dei cattolici, ha persino proposto un’accurata attualizzazione ironica della Proclamation of Independence (letta da Patrick Pearse nel giorno del Lunedì dell’Angelo del 1916), trasformandola in una Proclamation of Dependence (venerdì 19 novembre 2010, consultabile online)...

 

È forse superfluo segnalare anche che, tra le banche irlandesi colpite dalla crisi, gli strali più acuminati si abbattono sulla Anglo-Irish Bank rispetto a Bank of Ireland e Allied Irish: al di là dell’effettiva esposizione debitoria dei tre istituti bancari, non si può anche scorgere in tale orientamento un esito della locuzione latina nomen omen ovvero un’ennesima vendetta della storia contro la presenza anglo-irlandese per mano di chi anche oggi si adopera per difendere un’idea ristretta (cioè nazionalista) dell’indipendenza nazionale?

 



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