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IL CASO/ È la "malattia" della letteratura a spiegare la crisi dell’Irlanda

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Dalle colonne di Avvenire (14 novembre 2010), Giorgio Ferrari si è giustamente chiesto «com’è finita l’isola di Yeats, di Joyce, di Jonathan Swift a fare da quarta gamba a quel crudele acronimo Pigs che i sussiegosi Paesi nordici le assegnano in compagnia di Portogallo, Spagna e Grecia, ad indicare le nazioni europee a maggior rischio di insolvenza?» Il suo quesito potrebbe anche essere reinterpretato in termini culturali e letterari come segue: perché i migliori (e sono molti) tra gli scrittori contemporanei irlandesi, che sarebbero sicuramente in grado di elaborare un’autonoma rappresentazione letteraria della realtà della loro attuale esperienza nazionale, non paiono interessati a o in grado di rivivere la straordinaria, benché sempre personalissima, “propensione comunitaria” di quegli illustri predecessori? Perché prevale tra loro la tendenza alla geremiade solipsistica che solo raramente si concretizza in un contributo costruttivo e non ideologico alla comprensione della vita reale da parte dei propri concittadini - qualcosa di simile a un vero e proprio contributo culturale con intento socialmente educativo?

 

Il celebratissimo John Banville (1945-), ad esempio, ha più volte fatto «il gioco di cercare una perfetta definizione emblematica della nuova Irlanda, da ampliare a volontà con aggiunte successive. Finora il risultato è questo: “La moglie vistosa di un uomo d’affari evasore fiscale che accompagna la figlia dodicenne al corso di riabilitazione per drogati guidando un fuoristrada a ottanta chilometri l’ora sulla corsia preferenziale del bus”» (Corriere, 6 settembre 2007). Banville ha effettivamente continuato a rincorrere tale «perfetta definizione emblematica» della nuova Irlanda, sia impegnando le due persone autoriali della sua narrativa (Banville, appunto, e Black), sia esercitando allo scopo la sua raffinatezza di saggista. Ha constatato che «c’è una generazione intera di irlandesi che ha conosciuto soltanto l’opulenza. Ma adesso che è arrivata la recessione non potremo nemmeno emigrare come negli anni ’50. Anche il nostro vecchio lamento, che si riassume nell’acronimo Mope (Most Oppressed People Ever), non funziona più» (Il Sole 24 Ore/Domenica, 26 luglio 2009).

 

È, infine, di recente giunto all’amara conclusione che «il denaro ci ha protetto dai più bassi istinti [razzisti]. Oggi li vedo riemergere. [...] Ho paura, abbiamo paura dei debiti che peseranno sulle spalle dei pronipoti, ma ho paura anche di questo, di ridicoli rigurgiti nazionalistici. [...] È stato un momento straordinario quando Londra s’è detta pronta ad aiutarci. Salvati dalla Gran Bretagna, suona, a molti, francamente inaccettabile. [...] Forse da tutto questo nascerà una nuova coscienza sociale, quella che è sempre mancata all’Irlanda» (Il Sole 24 Ore/Domenica, 21 novembre 2010).



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