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IL CASO/ È la "malattia" della letteratura a spiegare la crisi dell’Irlanda

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Non ha, però, ancora detto quale potrebbe essere il suo apporto di scrittore alla nascita di tale «nuova coscienza sociale»: non - si badi bene - nel senso di un impegno politico-partitico diretto (spesso imbarazzante e a buon mercato) secondo il logoro modello ideologico dello scrittore engagé, ma in quello ben più personale e responsabilizzante dell’appassionata rappresentazione letteraria della totalità della vita dell’uomo. Sarebbe troppo audace chiedere a Banville di tentare almeno un embrionale rinnovamento del suo prezioso contributo di narratore, alimentandolo con la speranza e la fiducia nella verità e dignità della persona umana? Da principio tale rinnovamento non riuscirà forse a essere né “perfetto”, né “emblematico”, ma di certo saprà almeno fornire preziosa testimonianza dell’intenzione di affrancarsi dalla triste e inconsapevole complicità che, nel più recente passato, sembra aver mosso lo scrittore irlandese nella sua ricerca della «perfetta definizione emblematica della nuova Irlanda»...

 

Come Banville, molte altre star di prima grandezza del firmamento letterario dell’Irlanda contemporanea non sembrano in grado di proporre una lettura della più recente esperienza nazionale in grado di superare la frantumazione individualistica e tendenzialmente parossistica della postmodernità. Ciò fatica a fare anche Joseph O’Connor (1963-), che si è espresso con toni più che disincantati: «Ora che con la crisi siamo a terra scopriamo di essere diventati una società materialista fino al midollo, nella quale non si è mai levata una voce radicalmente critica, certo non dalla Chiesa, che adesso potrebbe essere vicina a una rivoluzione e da macchina ideologico-politica ritrovare la missione spirituale delle origini - la cosa comunque non m’interessa, per me è troppo tardi». Ma sarà proprio vero che tale conversione dei cuori non interessa a O’Connor - proprio a lui che si mostra altrove assai consapevole della necessità di sfuggire alla morsa della «tristezza, il solo patrimonio che questo Paese abbia preservato», grazie alla «gioia, i rapimenti, le digressioni che l’arte dispensa», nonché coltivando un’«idea di uomo che cerco di trasmettere ai miei figli» (Corriere, 19 marzo 2010)?

 

Banville, O’Connor e molti altri protagonisti della scena letteraria irlandese sanno fin troppo bene che non si tratta ovviamente di produrre degli ultimi anni dell’esperienza nazionale una versione obbligatoriamente (e astrattamente) edulcorata o edificante (laddove la realtà sembri puntare in altra direzione). Sanno, tuttavia, altrettanto bene che finanche il graffiante talento ludico-ironico del genio linguistico-letterario irlandese potrebbe riuscire particolarmente (ed educativamente) utile nella gioiosa (e concreta) edificazione di quella «nuova coscienza sociale» che Banville ha timidamente invocato e che ha ben note radici civili e culturali di matrice cristiana la cui fecondità letteraria - passata, presente e futura - è purtroppo assai di frequente irrisa e misconosciuta.

 

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