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ARTE/ "Il sogno si avvicina", ma non trova il Salvador Dalì più vero

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Salvador Dalì, Autoritratto (1926, particolare)  Salvador Dalì, Autoritratto (1926, particolare)

È una mostra su Dalì che finisce con il fare il verso a Dalì, quindi. Come accade con il titolo della mostra, Il sogno si avvicina, che è tratto da una piccola opera di Dalì per altro non presente in mostra. Il titolo sganciato dal suo oggetto diventa un volano kitsch, e nella sua indeterminatezza apre alle suggestioni più incontrollate.

 

Invece Dalì andrebbe approcciato in controtendenza, cioè seguendolo nel suo sviluppo storico, con tutte le connessioni che aveva stabilito stagione per stagione; e andrebbe presentato con la sobrietà (e pure il rispetto) con cui si presenta un artista che ormai è un classico. Presentare Dalì com’è stato presentato a Milano equivale ad allestire il Warhol delle prime esperienze pop in uno scenario da scaffali da supermercato. Non è un caso che sono proprio le opere che nel percorso di Palazzo Reale godono di una certa tranquillità espositiva, quelle da cui traspare meglio il climax espressivo di Dalì. Mi riferisco al dittico iniziale, ispirato a Claude Lorrain o a due altre opere di grande semplicità e carica misteriosa come Tavola solare (1936) e Due pezzi di pane esprimono il sentimento d’amore (1940).

 

Certo, poi bisogna fare i conti con l’artista che fa del surrealismo un grande spettacolo commerciale (“Avida dollars” lo aveva ribattezzato Breton, anagrammando il suo nome). Con quello che arriva al pop e lo impiastriccia con tutte le sue manie. E bisogna fare anche i conti con il Dalì che si professa cattolico (fatto non digerito dai suoi ex amici surrealisti) ma che sui soggetti cristiani schiaccia a più non posso il pedale dell’oleografia. In mostra è presente una piccola Crocifissione, sul modello di quella celebre conservata al MoMA a New York, con la croce in 3D che certo precorre molta cultura visiva della nostra epoca, ma riduce a sequenza di fantascienza l’immagine più diffusa dell’iconografia cristiana. Per fortuna come sempre Dalì non è mai uno solo. E del Dalì “sacro” ci resta anche un’altra versione, quella delle bellissime illustrazioni della Bibbia realizzate ad acquerello nel 1964, sorprendenti per libertà e semplicità. Piccoli capolavori quasi fortuiti, di un Dalì insieme geniale e devoto.

 



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