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CENSIS/ Franco Loi: il desiderio in noi non si spegne, me lo ha insegnato un operaio

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

«Ha ragione don Giussani a parlare di appiattimento del desiderio. È il male della nostra epoca. Ma nessuna crisi farà smettere il nostro spirito di desiderare, perché è il rapporto col mistero che dà uno spessore indistruttibile al nostro desiderio. Però dobbiamo saperlo». Franco Loi, poeta e scrittore, parla con il sussidiario del volantino di Cl. «Nessuna crisi farà smettere il nostro spirito di desiderare»

 

C’è una crisi del desiderio, dice il Censis. È così?

 

Dipende. Cosa vuol dire crisi del desiderio? È possibile non desiderare più? Chi lo dice non sa che cos’è l’uomo. Ci sono tanti desideri: di stare bene, dei soldi, di una donna, della fama, del sapere. Non sono gli unici.

 

Julián Carrón, parlando di recente ad una platea di imprenditori, ha iniziato con una citazione della scrittrice americana Flannery O’Connor: «se la vita ci soddisfacesse, fare letteratura non avrebbe alcun senso».

 

È vero. È lo stesso per tutto quello che l’uomo fa. Non siamo soddisfatti perché al nostro vero desiderio non bastano i beni limitati e materiali. Il desiderio che non è mai sazio è il desiderio di Dio. Non è più questione di pensiero, ma di un anelito alla perfezione che prende tutto il nostro essere.

 

Lei è un poeta. Cosa vuol dire per lei questo desiderio?

 

Il raziocinio, come ha detto bene Hölderlin, si ferma di fronte all’assoluto. Nessuno può dare una spiegazione razionale del mistero. Ma nell’arte l’assoluto non è più solo un’immagine mentale: lo sento con tutto me stesso come esistente. Allora è il rapporto col mistero che dà una fisionomia, uno spessore indistruttibile al nostro desiderio.

 

«Nell’appiattimento del desiderio - ha detto Luigi Giussani - ha origine lo smarrimento dei giovani e il cinismo degli adulti; e nella astenia generale l’alternativa qual è? Un volontarismo senza respiro e senza orizzonte, senza genialità e senza spazio, e un moralismo d’appoggio allo Stato come ultima fonte di consistenza per il flusso umano». È d’accordo?

 

Ecco, vede cosa dice? “Nell’appiattimento del desiderio”. Dire che ci viene a mancare il desiderio, è troppo, è teorico, astratto. Ma l’appiattimento del desiderio, sì. È l’abbassamento del desiderio a tutto ciò che è materiale. È questo che dice Giussani. E ha ragione, perché la maggior parte della gente non sa cosa desidera. Desiderano le cose, ma il desiderio di felicità è ben oltre. Cos’è la felicità? C’è gente che è ricca, sta bene, ha tutto, e piange. Perché? Quando muore sua madre, anche Berlusconi piange. Ma chi crede sa che non si muore.

 

È il benessere che ha «appiattito» il nostro desiderio di infinito?

 



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