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IDEE/ Ascoltiamo san Tommaso e Dante per uscire dall'Italia del rancore

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Alcuni personaggi oggi osannati anche per il successo delle loro trasmissioni televisive portano scritto in faccia il vizio dominante della nostra società, malata di malinconia. Sono lividi di risentimento. Le prediche laiche che sono soliti fare e che molti approvano con convinzione non derivano affatto da un ideale scoperto e ansioso di essere comunicato, ma proprio dalla elaborazione del risentimento, che non trova altro sfogo se non nel moralismo di parole usate costantemente come armi. Arrabbiati  come i loro padri sessantottini, sono però più sottili di loro. Non scendono in piazza, non si mescolano tra la gente, non rischiano lo scontro fisico. Ben protetti nella loro gabbia dorata, salgono sul  pulpito e da lì denunciano gli avversari con argomenti di sicura presa. Pescano nel torbido, perché tutti siamo affetti dallo stesso male di vivere, e occorre maggior forza a resistervi di quanta non ne sia necessaria a consentirvi.

Alla larga da tali maestri, se si può, anche se sono così invadenti! Sono queste considerazioni derivate dalla lettura di un contributo di Marco Belpoliti sull’Almanacco Guanda 2010, Malaitalia. Dalla mafia alla cricca e oltre, in cui si parla di corruzione, con tanto di apparato etimologico,  come dell’alterarsi e del guastarsi del sentimento morale, prima ancora che di atti materiali. Ed è qui che entra in gioco il risentimento, o il rancore, che è lo stesso. E’ esperienza comune quanto sia aumentato nel vivere comune il senso di animosità verso gli altri, l’attitudine all’ostilità e all’accanimento come risposta a offese e frustrazioni che si ritiene di avere subito.

Questa è la prima forma di corruzione: la parola rancore ha la medesima radice di rancido. Secondo gli psicologi, il risentimento ha la sua radice nell’invidia: peccato privo di piacere, che si rode in una ruggine interna, senza giungere alla desiderata affermazione del proprio io. L’autore cita poi le opinioni della Arendt e di Nietzsche, che allargano alla società intera il meccanismo dei passaggi dalla malinconia all’invidia, al  risentimento, alla corruzione.



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