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LETTURE/ Quelle "strane" teorie di Owen Barfield, il maestro di Lewis e Tolkien

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La realtà, quindi, è sempre “partecipata” dalla nostra coscienza, dalle sue immagini, dal suo linguaggio. Ed ecco la teoria che tanto impressionò il giovane Tolkien: il nostro linguaggio, mentale o materiale, è una cosa sola con la realtà di cui partecipa. L’inizio del linguaggio (quello degli elfi, per intenderci con gli amanti di Tolkien) è nel mondo mitico in cui realtà, linguaggio e significato sono una cosa sola. Le parole portano in sé il senso delle cose e pronunciarle, come dicevano i filosofi medievali, “fa accadere le cose”. In  alcune delle pagine più belle Barfield racconta come questa unità pervadesse ancora la percezione antica e medievale della realtà prima di perdersi definitivamente negli ultimi quattrocento anni.

L’affascinante storia della coscienza umana di Salvare le apparenze, infatti, mostra uno svuotamento delle parole che diventano progressivamente “puri nomi”, veri e propri “idoli” che non ci fanno più partecipare dei significati. Nella mentalità occidentale il linguaggio è considerato sensato quando è “scientifico”, ossia quando si riferisce solo a quantità, mentre il resto del significato non ha più a che vedere con le parole. Il nominalismo ha vinto: la realtà non c’entra più con le parole (o le rappresentazioni). Per questo, secondo Barfield, siamo nell’epoca dell’idolatria: veneriamo parole senza significato e significati creduti sentimentalmente o superstiziosamente, perché creduti senza parole (logos).

Ma l’abisso più profondo è anche il punto di rovesciamento della situazione. Ora che le parole sono svuotate di ogni partecipazione alla realtà, al significato, dalla coscienza stessa può nascere una nuova possibilità. Paradossalmente, lo svuotamento del significato della modernità ci permette di far rinascere tutto da quella memoria che non si sarebbe mai messa in moto se l’unità originaria non si fosse rotta. Felix eidolon, benedetto idolo, è il motto dell’ultima parte, dove il lettore troverà una teologia del ritorno al significato.

Salvare le apparenze
presenta così una proposta problematica della coscienza e del linguaggio. La nettezza della posizione e il suo modo troppo deciso e chiaro per i tipici gusti accademici, l’ha spesso allontanata dal circolo “buono” della cultura, ma è una di quelle su cui vale la pena riflettere e correre il rischio di dover “mutare radicalmente l’intera nostra concezione”.



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