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CENSIS/ De Rita: l’educazione del desiderio è l'unica via di un’Italia senza legge

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

 

La nostra capacità di galleggiare c’è e resiste bene. Sono anni ormai che galleggiamo, dalla prima vera crisi radicale del secolo, quella dell’11 settembre, e ci siamo nel mezzo ancora oggi. In dieci anni siamo diventati artisti del galleggiamento: nella famiglia, nelle piccole imprese, nelle realtà locali. Funziona ancora, ma stanca. Replicare stanca.

 

Ci sono quei 2milioni e 200mila giovani tra i 15 e i 34 anni che non studiano e non lavorano, dice il Rapporto, però c’è un 26 per cento di italiani che fanno volontariato. Come valuta questi aspetti contrastanti?

 

Come un cammino complicato. Il cammino storico di una nazione o di una società è dato da tanti processi, e il popolo che cammina è quello in cui ci sono tante realtà non profit e quello in cui i giovani stanno ad aspettare. C’è un insieme di atteggiamenti nel corpo sociale che non possono esser messi in colonna, in fila. È una molteplicità da decifrare. Io tento di interpretarla.

 

Esiste secondo lei il rischio che la persona, in assenza di desiderio, cioè di un io che riconosce altro al di là di sé, affidi la consistenza ultima dell’agire sociale allo Stato e alla sua capacità di produrlo?

 

No, perché la società può non desiderare, ma in ormai settant’anni di democrazia italiana non ha mai creato distorsioni che hanno richiesto l’intervento dello Stato. Nemmeno il ’68 è stato un’effettiva tensione sociale: era una tensione politica camuffata da tensione sociale. Ecco perché lo stato non ha avuto problemi nel gestirla.

 

Un'ultima domanda: lei, De Rita, è ottimista o pessimista?

 

Ho combattuto tutta la mia vita a dire che non ero un ottimista, mentre tutti mi dicevano che ero un ottimista beota. Quest’anno, visto che non sono stato un ottimista beota, tutti dicono che De Rita è diventato pessimista. E Mario Pirani ha detto: finalmente, aspettavamo che De Rita si convertisse.

 

(Federico Ferraù)

 

 

 



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COMMENTI
30/12/2010 - Il desiderio manca come criterio di giudizio (EMIDIO MASSI)

Il desiderio manca come criterio di giudizio. L'annullamento della capacità di giudizio dell'io è stata prodotta dal relativismo con cui le tecniche pubblicitarie ("agnelli con la voce di drago"), lasciate allo stato brado (con la colpevole disattenzione degli adulti, troppo occupati ad adorare il dio denaro), hanno ridotto i meccanismi decisionali delle generazioni post '70, inducendole a ritenere valida qualsiasi ipotesi prima ancora di sperimentarla e giudicarla semplicemente perché di moda. Così l'unica alternativa a questa inappetenza è l'istintività o i "super"-men o woman - secondo i gusti. Certo! E' possibile tornare a usare il desiderio come criterio ultimo di giudizio, ma solo se continuamente ridestato dall'incontro con una realtà in cui c'è un "Educatore" che lo usa, 'sto benedetto cuore...

 
21/12/2010 - LA GRANDEZZA DEL DESIDERIO (Angelo Lucio Rossi)

In una società liquida, fragile e passivamente adattiva De Rita sostiene che "il desiderio non c'è: nel senso che il sovradimensionamento dell'offerta ha portato all'estinzione del desiderio". Eppure, "quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore". La statura del cuore è definita da un desiderio infinito. Noi siamo impastati di desiderio. Abbiamo sete di "cose grandi". Il desiderio è sempre più forte del nichilismo e rinasce sempre. Ciò che rende infiniti i desideri del cuore dell'uomo è il fatto che l'uomo non si può ridurre totalmente ai suoi antecedenti biologici, chimici e fisici. Anche se il potere ha alterato la semplicità della natura è possibile che il desiderio attecchisca nell'io e attraverso l'educazione diventi avventura quotidiana, costruzione, tentativi, opera, bene comune.