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LETTURE/ Il destino di un uomo è nel suo popolo: il "Solženicyn" di Ljudmila Saraskina

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Aleksandr Solzenicyn  Aleksandr Solzenicyn

Il nome di Solzenicyn è ancora abbastanza noto in Occidente, anche dopo la morte nell’agosto 2008, perché lo si ricorda come un grande scrittore ma anche come un polemista, un’autorità morale indiscussa dell’epoca comunista e post-comunista. Insomma, Solzenicyn è stato qualcosa di più di un grande scrittore, è stato un «protagonista» la cui vita si è dipanata come un vero romanzo, tutta immersa in eventi epocali, anzi talvolta al centro di essi.

  

Milioni di suoi compatrioti hanno vissuto gli stessi sconvolgimenti (rivoluzione, guerra, repressioni staliniane, caduta del comunismo), ma quello che fa la differenza è la consapevolezza straordinaria, lo «sguardo d’insieme» che Solzenicyn ha saputo affinare, grazie al fatto di aver attraversato questo segmento di storia senza mai smettere di interrogarsi.


Questo è almeno un primo motivo che spiega perché la sua biografia (uscita in agosto presso la casa editrice San Paolo) superi le mille pagine: l’autrice Ljudmila Saraskina ha voluto raccogliere tutte le informazioni attingibili per ricostruire il quadro complesso di un’esistenza personale indissolubilmente legata a un’epoca cruciale come quella sovietica (le due hanno coinciso quasi perfettamente dal punto di vista cronologico): Solzenicyn è stato coetaneo, figlio e giudice della rivoluzione d’Ottobre; parlare dell’uno significa necessariamente introdurci all’altra.


Dicevamo una vita avventurosa come un romanzo, dove è evidente, e Saraskina ha saputo coglierlo molto bene, che tutto, dal dettaglio più insignificante fino ai grandi eventi, ha avuto un suo significato insostituibile ed eterno. Se hanno avuto, comprensibilmente, un ruolo importante la morte precoce del padre (che ne ha fatto un punto di riferimento lontano ma inalterabile), il lager e il tumore maligno che gli hanno capovolto la vita, lo ha segnato anche ogni piccolo incontro quotidiano.

  



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