BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

CENSIS/ Esposito: così il nostro desiderio può sfuggire alla trappola dell'inganno

Pubblicazione:

Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Quando affermo che nella mentalità oggi più diffusa il desiderio risulta spesso ridotto, mi riferisco a quel potere culturale che rappresenta trasversalmente il nostro intero “universo” individuale e sociale, offrendo sia i modelli della consuetudine che quelli della trasgressione, sia l’ordine costituito che l’alternativa ad esso. Sono tali rappresentazioni che plasmano, per così dire, il desiderio dei singoli, fornendo determinati criteri per affrontare e giudicare l’esperienza, ed escludendone altri. E questo vale non solo per chi si attacca ai suoi “prodotti” senza alzare lo sguardo più in là o più in alto, ma anche per chi vagheggia o sogna o lamenta l’assenza di un livello “altro”, pur sapendo di non poterlo mai raggiungere.

 

Per quanto possa sembrare paradossale, è da una matrice unica che derivano conseguenze opposte riguardo ai valori di riferimento e agli atteggiamenti scelti: essa consiste nel ritenere che il desiderio dell’uomo abbia la stessa misura dell’uomo, che cioè non lo porti mai veramente oltre sé, giacché sia nel possesso degli oggetti in cui crede di appagarsi, sia nel porsi obiettivi “altri” e nel prospettare traguardi al di là del presente, l’uomo non farebbe che rispecchiare unicamente se stesso. Soggetto e insieme oggetto del suo desiderio.

 

Ci troviamo così sempre stretti nella tenaglia di una doppia riduzione: da un lato il desiderio rischia sempre di essere ridotto agli obiettivi e alle prestazioni che di volta in volta ci si pone o agli oggetti e alle condizioni materiali cui si demanda il riempimento delle nostre mancanze; dall’altro lato, proprio quando si vuole salvaguardare la potenzialità e l’apertura irriducibile del desiderio, lo si condanna ad essere una tendenza cieca, un’attesa vana, priva di un suo “oggetto” proprio. In questo modo di concepire le cose, delle due l’una: se il nostro desiderio viene soddisfatto vuol dire che ci stiamo accontentando degli oggetti a nostra disposizione; se invece esso resta libero e aperto, vuol dire che non potrà mai essere soddisfatto - o al limite potrà fornirci solo delle norme etiche o delle prospettive utopiche su come “dovremmo” comportarci.

 



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >


COMMENTI
22/12/2010 - Torniamo a desiderare (Angelo Lucio Rossi)

"Sarebbe impossibile vivere senza desiderare". Che realismo e che tenerezza verso l'umano di ognuno di noi in questi giorni di attesa. Sarebbe impossibile non attendere qualcosa, qualcuno, un avvenimento. Una mancanza che cerca una presenza. Una mancanza che cerca una corrispondenza. Questo cuore imponente, scomodo e indomabile che è "strutturato" come rapporto con l'infinito. Nulla di sentimentale e di soggettivo. Scrive Esposito: "Il desiderio che abita l'intelligenza e il cuore dell'io è dunque molto più, infinitamente più di un fenomeno soggettivo. Esso è la traccia dell'infinito in noi". Occorre una umanità, occorre una possibilità di corrispondenza umana. Occorre l'io che coglie, che si stupisce, che valuta quello che ha davanti, che abbraccia e "cerca chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno".