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CENSIS/ Esposito: così il nostro desiderio può sfuggire alla trappola dell'inganno

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

E tuttavia, come spesso succede nell’esperienza umana, anche la riduzione di un fenomeno può dirci qualcosa della sua natura e della sua dinamica. E difatti qui ci troviamo di fronte allo strano, inevitabile paradosso che sempre accompagna il desiderio: senza dubbio esso si costituisce come il tendere ad una soddisfazione, come una mancanza che cerchi una presenza, o una domanda che miri a una risposta; ma poi, nel momento in cui una soddisfazione arriva, ci si accorge che il desiderio difficilmente troverà il suo acquietamento nelle misure di una risposta determinata e circoscritta. In qualche modo ogni soddisfazione è sempre inevitabilmente inadeguata rispetto al desiderio. 

 

Qui si apre la possibilità di interpretare in due modi diversi il fenomeno: esso potrebbe significare (come avviene in una prospettiva psicoanalitica, esplicitamente richiamata nel Rapporto Censis) che il desiderio è semplicemente un impulso libidico inconscio che porta l’io ad elaborare in forma simbolica, linguistica, culturale, relazionale il suo bisogno di superarsi, di entrare in rapporto con altro da sé. Ma tale rapporto dev’essere salvaguardato dal caos dell’istinto puramente edonistico, e cioè dev’essere regolamentato o incanalato. A questo servirebbe la figura psicoanalitica del “padre”, raffigurazione della legge e dell’ordine che delimita la potenza irrazionale dei nostri impulsi, vietando la soddisfazione del desiderio edipico. Paradossalmente la figura del padre ostacolerebbe la soddisfazione del desiderio inconscio e con ciò stesso gli darebbe per contrasto la sua vera spinta costruttiva. Proprio perché insoddisfatto l’uomo continuerebbe sempre a desiderare.

 

Ma il fenomeno paradossale del desiderio umano che, in quanto tale, non può mai arrestarsi ad una soddisfazione determinata e “oggettivata”, potrebbe significare anche un’altra cosa, e cioè che la natura dell’io è per così dire “fatta” o “strutturata” come rapporto con l’infinito. In questo caso la soddisfazione non sarebbe da intendersi solo come ciò a cui tentiamo di arrivare (senza peraltro mai riuscirci), ma come ciò da cui parte il desiderio: un “altro”, una “presenza” che sta all’inizio dello stesso movimento del desiderare, e dalla quale soltanto può nascere la coscienza di una mancanza e il rapporto con ciò che ci manca. In tale prospettiva, l’“oggetto” vero e proprio del desiderio diviene finalmente accessibile all’io, ma non come un prodotto del suo stesso desiderio, bensì come una realtà presente e altra da esso che lo attrae. Un oggetto che non può essere ridotto ad una nostra determinazione o a una nostra proprietà. E il padre può rappresentare non solo la figura dell’autorità come fonte del divieto e della legge, ma la figura del generatore, di chi ci dà a noi stessi - non “a caso”, ma con un senso, in quanto voluti, affermati per noi stessi. Il desiderio può dunque essere visto non solo come una nostra pulsione verso qualcos’altro, ma come l’attrattiva che questo altro esercita sul nostro io, come il “magnete” misterioso e infinito che calamita l’energia della nostra intelligenza e della nostra affettività.

 



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COMMENTI
22/12/2010 - Torniamo a desiderare (Angelo Lucio Rossi)

"Sarebbe impossibile vivere senza desiderare". Che realismo e che tenerezza verso l'umano di ognuno di noi in questi giorni di attesa. Sarebbe impossibile non attendere qualcosa, qualcuno, un avvenimento. Una mancanza che cerca una presenza. Una mancanza che cerca una corrispondenza. Questo cuore imponente, scomodo e indomabile che è "strutturato" come rapporto con l'infinito. Nulla di sentimentale e di soggettivo. Scrive Esposito: "Il desiderio che abita l'intelligenza e il cuore dell'io è dunque molto più, infinitamente più di un fenomeno soggettivo. Esso è la traccia dell'infinito in noi". Occorre una umanità, occorre una possibilità di corrispondenza umana. Occorre l'io che coglie, che si stupisce, che valuta quello che ha davanti, che abbraccia e "cerca chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno".