BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

CENSIS/ Esposito: così il nostro desiderio può sfuggire alla trappola dell'inganno

Pubblicazione:

Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Da questo punto di vista la spiegazione psicologica e psicoanalitica, pur individuando alcuni fenomeni strutturali del desiderio inteso come un meccanismo della psiche, si rivela però troppo stretta per cogliere l’intera portata di questo fenomeno. Più precisamente, ciò che essa non riesce a illuminare adeguatamente è il fatto - innegabile nella nostra esperienza - che noi prendiamo coscienza del nostro desiderio non a partire da ciò che ci manca, ma da qualcosa o qualcuno che comincia a corrispondere e a soddisfare al nostro bisogno. Ad esempio arriviamo a scoprire tutta la portata “desiderante” del nostro bisogno affettivo solo nel momento in cui ci innamoriamo di qualcuno, e ancor di più quando scopriamo che qualcuno vuole proprio noi. È da una presenza incontrata e sperimentata, non da una mancanza sublimata che viene destato il desiderio. E aderire a questa presenza non è solo l’esito di un meccanismo pulsionale, ma è anche e soprattutto un giudizio della coscienza e un atto della libertà.

 

Il desiderio che abita l’intelligenza e il cuore dell’io è dunque molto più, infinitamente più di un fenomeno soggettivo: esso è piuttosto la traccia dell’infinito in noi. Lo ha scritto Descartes parlando della presenza innata (ossia costitutiva e nativa) dell’idea di infinito nel nostro io finito: «In qual maniera infatti sarei consapevole di dubitare, di desiderare, cioè di esser mancante di qualcosa, e di non essere del tutto perfetto se in me non ci fosse l’idea di un ente più perfetto, paragonandomi con il quale riconoscessi le mie mancanze?» (Meditazioni di filosofia prima, III). E gli farà eco nel nostro tempo Emmanuel Lévinas: «L’infinito nel finito, il più nel meno che si attua attraverso l’idea dell’Infinito, si produce come Desiderio. Non come un Desiderio che è appagato dal possesso del Desiderabile, ma come il Desiderio dell’Infinito che è suscitato dal Desiderabile invece di esserne soddisfatto» (Totalità e infinito, § 5).

 

Per questo, il dibattito sul “torniamo a desiderare” sarà tanto più utile se proverà a liberare tutta l’ampiezza del desiderio come desiderio dell’infinito, e a comprendere che l’infinito non è un piano simbolico irraggiungibile ma è come la misura infinita che si lascia scoprire nelle pieghe del nostro ordinario. È solo questo che può accendere non solo la “voglia” di esserci delle persone ma il rischio di un impegno e di una costruzione utile per tutta la società. Ma c’è di più: arrivati a questo punto, potremo accorgerci che forse non è poi del tutto vero che il nostro desiderio stia morendo: esso è lì, pronto a riavviarsi, solo che sappia captare l’invito dell’essere, dei volti, degli accadimenti e ceda in qualche modo al Desiderabile.

 



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.  


COMMENTI
22/12/2010 - Torniamo a desiderare (Angelo Lucio Rossi)

"Sarebbe impossibile vivere senza desiderare". Che realismo e che tenerezza verso l'umano di ognuno di noi in questi giorni di attesa. Sarebbe impossibile non attendere qualcosa, qualcuno, un avvenimento. Una mancanza che cerca una presenza. Una mancanza che cerca una corrispondenza. Questo cuore imponente, scomodo e indomabile che è "strutturato" come rapporto con l'infinito. Nulla di sentimentale e di soggettivo. Scrive Esposito: "Il desiderio che abita l'intelligenza e il cuore dell'io è dunque molto più, infinitamente più di un fenomeno soggettivo. Esso è la traccia dell'infinito in noi". Occorre una umanità, occorre una possibilità di corrispondenza umana. Occorre l'io che coglie, che si stupisce, che valuta quello che ha davanti, che abbraccia e "cerca chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno".