BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

IDEE/ Non basta difendere l’appartenenza per salvare la ragione

Pubblicazione:

Foto: Ansa  Foto: Ansa

Non c’è dubbio sul fatto che queste posizioni siano interessanti e che ci sia del vero. L’impostazione della ragione neutrale vetero-illuminista ha mostrato da tempo tutta la sua impossibilità. Si appartiene sempre a qualcosa o a qualcuno, è dal fondo di questa appartenenza storicamente determinata che uno capisce se stesso e gli altri, e il percorso della comprensione di sé non è limitato.

 

Eppure c’è qualcosa che non torna. Alla fine, sia in politica che in morale, le posizioni che difendono l’appartenenza sembrano cadere in uno storicismo localista e in un idealismo privato e illusorio. Le obiezioni evidenti ai due sistemi lo dimostrano: il sistema indiano trova ostacoli insormontabili quando uno vuole cambiare il proprio gruppo di appartenenza, soprattutto quando i valori che lo riguardano sono diversi (una donna musulmana che si appella al diritto di famiglia costituzionale o di un altro gruppo, da quale codice verrà giudicata?). A Cavell si può chiedere, come fanno alcuni studiosi nel numero della rivista, se c’è differenza allora tra il perfezionismo di un santo e quello di un farabutto. Entrambi cercavano di “perfezionare se stessi” dialogando con la propria storia. Quindi non ci dovrebbe essere differenza. Intuitivamente, però, si capisce che qualcosa non funziona.

 

Il problema è che la concezione di ragione di questi difensori dell’appartenenza, dei communitarians, della sofisticata filosofia del linguaggio cavelliana, è la stessa dei loro avversari. Giustamente cercano di includere dentro il ragionamento anche la storia, il sentimento, l’uso comune, la religione, la sociologia e la psicologia, ma per farlo devono ridurre le esigenze di universalità, finalità e verità della ragione. Per limitarne la presunzione ne limitano la portata, come un padre che volesse limitare la presunzione del figlio dicendogli di non avere aspirazioni troppo alte invece che spiegare come usare quelle aspirazioni. Per tutti rimane valida la concezione moderna di necessità, universalità e aprioricità come connotati della certezza. Si può essere solo “matematicamente certi”, intendendo per matematica quella analitica da Cartesio alla logica formale. O si è certi secondo questi canoni (i neo-illuministi di ogni specie) o non si può essere certi affatto e bisogna allora consegnarsi ad altri criteri, al localismo storico, linguistico e culturale, alle aspirazioni e ai sogni privati.

 

Si può uscirne? Penso di sì. Ripensando la definizione di ragionamento, centrandolo sulla sua capacità di raggiungere una certezza tramite i segni, di seguire il dinamismo e il cambiamento della vita, di essere collaboratore della formulazione della realtà e della verità. La certezza in questo caso non è un connotato dell’astrazione analitica o della mera appartenenza storica. Un compito tutto da scoprire che io considero come la formulazione di “un nuovo tipo di ragionamento sintetico”. Ci sono altre soluzioni? Forse sì, e sarebbe bello poterne discutere su questo giornale.

 

 



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.  


COMMENTI
28/12/2010 - Non la difendo, lo sono appartenente. (claudia mazzola)

Uhau! Che articolo, bello, un pò difficile per me. L'unica cosa che ho detto ad un non credente che mi ha chiesto perchè vado in Chiesa è "perchè ne ho bisogno". Per questo asppartengo a Gesù Cristo con ragione.

 
28/12/2010 - Appartenenza per sopravvivenza.- (Carlo Martinelli)

Oggi mi sembra molto in voga quanto mi è venuto spontaneo titolare nell'oggetto. Alla comodità ben volentieri si sacrifica lo sforzo dell'uso della ragione, perché si tiene famiglia. Anche quei pochi che conoscono la capacità critica, la ovattano per quieto vivere. Del resto non c'è " nessun profeta in patria ". Anche una critica costruttiva, che poi non è così frequente, è comunque spessissimo considerata - a priori - un tradimento ne " la piccola patria " d'appartenenza, con seguente emarginazione o punizione. Dall'Alpi all'Aspromonte. Meglio un asino vivo, che un dottore morto. W la Patria !