Cultura
mercoledì 29 dicembre 2010
Caro direttore,
la “fragilità sia individuale che di massa” facilmente avvertibile nelle mille derive dei comportamenti individuali e collettivi è ricondotta dal Censis alla crisi del desiderio. Nella sua intervista al sussidiario Giuseppe De Rita riconduce questa crisi alla overdose dei consumi: “abbiamo più possibilità di scelta, ma la possibilità di desiderare ci è tolta”. Sarebbe cioè l’estensione illimitata delle scelte come dei beni a disposizione a diminuire il desiderio.
Tuttavia, se si prendono sul serio le considerazioni di Giorgio Vittadini, secondo il quale occorre recuperare un’accezione “non ridotta” del desiderio e ritornare quindi ai principi dell’antropologia cristiana, così come sono stati tradotti e riproposti da don Giussani, questa crisi del desiderio non è solo la conseguenza di un “sovradimensionamento dell’offerta”, ma anche e soprattutto l’esito di una perdita di senso dell’offerta stessa, il manifestarsi della sua scoperta inefficacia.
Nello stesso momento in cui si scopre che i consumi sono “troppi” se ne svela anche l’implicita inefficacia rispetto alle proprie esigenze reali. La crisi del desiderio coincide con il declino dell’immagine secolarizzata di una vita felice costruita individualmente, risolta attraverso la panoplia dei beni di consumo e delle relazioni umane strumentali e autoreferenziali. In pratica ciò che è in declino non è il desiderio che abita “nel cuore dell’uomo” - per riprendere qui i termini cari a don Giussani - bensì la sua forma ridotta, banalizzante e strumentale, il suo succedaneo moderno.
Il problema diviene allora - come suggerisce il volantino di Cl - quello di recuperare e legittimare la forma più autentica di desiderio, rintracciandolo là dove prende forma e dà testimonianza di sé. Il meeting di Rimini, come suggerisce Emilia Guarnieri, può costituire un esempio nella misura in cui è la punta di un iceberg. Le estese reti del volontariato cattolico e, soprattutto, le sue punte più qualificate ed eroiche, finiscono per essere testimonianza di questo desiderio non ridotto, recuperato e trasformato in imperativo quotidiano, segnale di una nuova economia del fare, strettamente connessa al recupero di una speranza radicale. Le mille opere poste in essere da una rete infinita di soggetti legati tra loro da una fede comune sono testimonianza della capacità della dimensione religiosa non solo di alimentare segmenti operanti di società civile, ma anche di ricostruire la fiducia nei desideri più profondi.
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