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IDEE/ Pensare la crisi per uscirne. Così la postmodernità sfida la scuola

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Pubblichiamo un ampio estratto della relazione di Sergio Belardinelli Filosofia e scienza nel ’900 tenuta a Bologna lo scorso 30 novembre 2010, in occasione del ciclo di seminari su Nuovi licei: l’avventura della conoscenza, organizzati dalla Fondazione per la scuola della Compagnia di San Paolo.

 

Se pensiamo a come sono stati impostati i nuovi programmi di filosofia per i licei, direi che, specialmente in un liceo scientifico, forse non c’è tema più affascinante di quello che mi appresto a trattare: Filosofia e scienza nel Novecento,  appunto. Come chiave di lettura, assumo un aspetto della cultura filosofica e scientifica del Novecento che potremmo riassumere in una sola parola: la parola crisi. Se il XVIII secolo viene solitamente definito il “secolo dei lumi” e il XIX il secolo del romanticismo o delle “grandi narrazioni”, non credo che sia troppo fuorviante definire il secolo XX appena trascorso come il “secolo delle grandi crisi”. Dall’inizio alla fine, questo secolo ci ha fatto vedere di tutto: la crisi del “mondo di ieri”, la crisi dei fondamenti delle scienze, la crisi dell’idea di progresso, la crisi dell’arte figurativa, del romanzo, della verità, della metafisica, la crisi della dignità umana (si pensi al fenomeno totalitario), la crisi delle cosiddette grandi ideologie (che grandi non erano affatto), fino a giungere addirittura alla crisi della modernità, ossia alla crisi di quei filoni dominanti della cultura moderna, relativamente ai quali erano state dichiarate in crisi pressoché tutte le forme della tradizione occidentale.

I primi passi che stiamo movendo nel nuovo secolo non sono certo immuni da queste crisi che hanno caratterizzato il precedente. Il cosiddetto postmoderno nel quale saremmo entrati ne rappresenta per molti versi un’ulteriore radicalizzazione. Bisogna però riconoscere che da molte parti si incominciano a intravvedere anche segnali incoraggianti, uno spirito nuovo, che potrebbe aprire la strada a una sorta di riconciliazione da parte della cultura occidentale con le proprie radici, le radici della tradizione greca e giudaico-cristiana.

In ciò che segue mi propongo anzitutto di esaminare alcuni aspetti socio-culturali della crisi che attanaglia la cultura europea agli inizi del secolo scorso, con particolare riferimento al depotenziamento della realtà che essa sottende; esaminerò poi l’analogo depotenziamento, seppure diversamente motivato, che riscontriamo in alcuni tratti della cultura filosofico-scientifica contemporanea; mi soffermerò infine su alcune istanze nuove di questa stessa cultura che sembrano rilanciare un approccio alla realtà meno indifferente alle sue istanze, chiamiamole così, “umane”.

Da un punto di vista strettamente scientifico, credo che raccontare la crisi d’inizio secolo XX significhi soprattutto raccontare la crisi dei fondamenti della matematica, della fisica e della geometria. Senza entrare troppo nel dettaglio, credo che ognuno di noi possa facilmente rendersi conto degli effetti di questa crisi anche al di fuori del mondo strettamente scientifico. Peano, Hilbert, Riemann, Plank, Heisenberg, Einstein buttano letteralmente per aria la matematica, la geometria e la fisica moderna.

“La matematica non è un’opinione”, diceva il famoso proverbio. Eppure in barba ai proverbi e ai pregiudizi più radicati, veniamo improvvisamente a sapere che la matematica, ben lungi dall’essere il prototipo di una conoscenza certa e incontrovertibile, non è altro che una “opinione”, dipendente semplicemente dal sistema assiomatico di riferimento. Lo stesso dicasi per la geometria. Il famoso V postulato di Euclide, secondo il quale per un punto esterno ad una retta passa una sola retta parallela, vero fondamento della cosiddetta geometria euclidea, quella in base alla quale da secoli misuriamo superfici, campi ecc.; questo postulato, dicevo, viene sostituito da un altro, secondo il quale per un punto esterno a una retta passano due rette parallele. Nasce così l’idea di uno spazio curvo, anziché piano, e di una nuova geometria, all’interno della quale tutta la geometria euclidea non è altro se non la geometria particolare che vale in un punto di quello spazio.

Del principio di indeterminazione di Heisemberg e della teoria della relatività di Einstein conosciamo tutti gli effetti dirompenti sul senso comune. La vecchia geometria newtoniana, vero prototipo di una conoscenza certa della realtà, anche per la filosofia (si pensi a Kant), viene messa a soqquadro. Nel micromondo, nel mondo degli atomi, la legge di gravitazione universale non vale più. Se poi a tutto questo aggiungiamo la spallata che Freud dà alla nostra coscienza, ridotta in fondo a una sorta di epifenomeno di qualcosa che giace nel profondo del nostro inconscio, ecco che il quadro della crisi di cui stiamo parlando incomincia a delinearsi abbastanza chiaramente.
 



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