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IDEE/ Pensare la crisi per uscirne. Così la postmodernità sfida la scuola

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Se ci pensiamo bene, ovunque vediamo schiudersi delle enormi possibilità per un pensiero che guarda al mondo non tanto e non solo come a un mondo reale, quanto come a una possibilità; qualcosa che cioè sta in un modo, ma che potrebbe anche stare diversamente. In questo senso credo davvero che, magari senza volerlo esplicitamente, la crisi dei fondamenti della scienza abbia costituito un propellente assai vigoroso per quel depotenziamento della realtà che, a seguito soprattutto della prima guerra mondiale, si andava delineando anche su altri fronti culturali e che sarebbe stato poi perseguito in diverse forme dalla filosofia del XX secolo.

Da un punto di vista socio-politico, parlare della grande e multiforme crisi d’inizio secolo XX equivale un po’ a raccontare la storia della decadenza del mondo borghese e dell’avvento della società di massa, attestati in maniera drammatica da quella terribile Materialschlacht che fu la prima guerra mondiale. Una civiltà, la borghese, che aveva fatto della ricchezza, della ragione, della libertà e del progresso un vero e proprio culto, brucia ogni cosa nel rogo della guerra. Nel 1921 scriveva Francesco Saverio Nitti: “Vi è qualcuno che ricordi ancora l’Europa nei mesi prima del 1914? E che ricordi gli anni che precedettero questi anni di guerra? Pare che gran tempo sia trascorso, che si tratti di un’epoca lontana, tanto le condizioni della vita sono mutate e tanto è mutata la concezione della vita. Forse trenta milioni di morti separano due età. Molti uomini ha ucciso la guerra, molti più ancora la malattia, ma assai più ancora ha ucciso la fame. Sono i morti una grande barriera tra l’Europa di ieri e l’Europa di oggi. Abbiamo vissuto due epoche storiche, non due periodi differenti: l’Europa era lieta e prospera, dopo l’immensa guerra, è minacciata da una decadenza e da un abbrutimento, che fa ricordare la caduta dell’Impero romano. Noi stessi non ci rendiamo conto di ciò che avviene. Oltre due terzi dell’Europa sono in fermento e vi è in tutti un senso vago d’inquietudine, che dispone poco alle grandi opere collettive. Si vive giorno per giorno”.

Sono, queste, le parole di un uomo politico italiano che, al pari di altri italiani, come ad esempio Adriano Tilgher, vede in tutta la sua concretezza - non dunque come indizio di un qualche “destino” - la tragedia che si era consumata con la prima guerra mondiale. Ma quanto drammatico fosse quel vivere ormai alla giornata, in mezzo a due mondi e senza sentirsi a casa propria in nessuno dei due, era evidente, già prima della guerra, nella grande letteratura del primo Novecento. Un autore valga per tutti: Thomas Mann. I suoi personaggi non riescono o riescono soltanto a fatica a vivere in accordo con il mondo che li circonda, tutti avvolti come sono in un paralizzante presagio di morte. Al pari di Gustav von Aschenbach, il protagonista di Morte a Venezia, ognuno sembra “in preda a certi attacchi di vertigine non puramente fisici, accompagnati da violente, impetuose angosce, da un senso di irrimediabilità, di mancanza di scampo, del quale non può stabilire se si riferisce al mondo esterno o alla sua personale esistenza”.



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