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IDEE/ Pensare la crisi per uscirne. Così la postmodernità sfida la scuola

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Le Lettere dal lago di Como di Romano Guardini e la Lettera ai romani di Karl Barth rappresentano forse i tentativi più alti di comprensione teologica di tale crisi della civiltà che purtroppo andava ben oltre il semplice fatto letterario. Ma non si può certo dire che, per capire il senso del proprio disagio, la cultura europea degli anni Venti-Trenta abbia seguito la via della guardiniana “christliche Weltanschauung”. Ha preferito piuttosto - uso il titolo del celebre libro di Norman Chon - seguire i cosiddetti fanatici dell’apocalisse, e per certi versi è davvero terribile dover constatare come le speranze di risveglio, di rottura, di inversione, in una parola, le speranze di un autentico “Aufbruch” contro la decadenza siano state pian piano riposte nel nazionalsocialismo o nel fascismo: una vera e propria “disgregazione di segno invertito”, direbbe Loewith.

Come ha scritto giustamente Luciano Pellicani, “erano il pathos apocalittico e l’annuncio messianico di un Redentore a rendere coinvolgenti e travolgenti i messaggi che Hitler indirizzava a uomini dominati da un angoscioso senso di insicurezza e perciò bisognosi di una fede che desse loro la forza di affrontare una crisi che essi vivevano come una catastrofe storica”. Così nel giro di poco tempo la cultura tedesca, ma non solo, si illude come di risvegliarsi dal suo sonno nichilista, per spiccare il salto dal decadente mondo cristiano verso un mondo capace ancora di “dischiudere l’essenziale di ogni cosa”; un “mondo spirituale” custode delle “sue forze di terra e di sangue”, che solo può essere “garanzia di grandezza” per un popolo che con “decisione” ha finalmente iniziato la marcia “verso la propria storia futura” dietro una “grande guida”. In ogni caso non uno dei valori del cosiddetto mondo moderno viene risparmiato dagli ideologi di questo nuovo mondo. La ragione, l’individuo, la libertà, l’uguaglianza, lo Stato di diritto, la democrazia parlamentare, lo spirito capitalistico diventano qualcosa di assolutamente depravato quanto l’ebraismo e il bolscevismo.

Da un punto di vista teorico, diciamo pure di filosofia della cultura, la crisi di cui stiamo parlando ci pone di fronte in maniera veramente drammatica all’esaurimento di un filone dominante della cultura moderna, il quale, partito all’insegna delle “magnifiche sorti e progressive”, rimane poco a poco vittima di se stesso, ritrovandosi in preda all’incertezza, allo sconforto, alla disperazione o, peggio ancora, a forme più o meno esaltate di nichilismo “attivo”. Fenomeno, questo, tanto più impressionante se si considera l’obbiettiva grandezza dei personaggi che gli hanno dato rilievo: Nietzsche e il nietzscheanesimo (è il titolo del celebre volume di Ernst Nolte), Ernst Troeltsch e Friedrich Meinecke, i critici dello storicismo diltheyano, ma soprattutto Oswald Spengler, Max Scheler, Max Weber, Martin Heidegger, Ernst Juenger o Carl Schmitt, tanto per fare qualche nome.



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