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IDEE/ Pensare la crisi per uscirne. Così la postmodernità sfida la scuola

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Si tratta di autori spesso molto distanti l’uno dall’altro; essi sono tuttavia accomunati da una medesima convinzione: che in Occidente, per dirla con le parole di Spengler, il “corpo vivo di un’anima” (la Kultur) abbia lasciato ormai il posto alla sua “mummia” (la Zivilisation): democrazie di massa, partiti, guerre mondiali, rivoluzione proletaria, pensiero tecnico sono semplicemente i segni del disfacimento inevitabile della cultura occidentale. Seppure variamente articolato, c’è insomma in tutti questi autori il senso di una società, la società capitalistica di massa, la quale, poggiando ormai “su di un fondamento meccanico”, come direbbe Weber, sembra destinata a farsi sempre più indifferente alla volontà, ai pensieri o agli ideali degli uomini. L’unico, indiscutibile progresso, destinato peraltro a colonizzare il mondo intero, è soltanto il progresso di una razionalità strumentale, presagito da tutti con grande drammaticità, come una sorta di frutto “inevitabile” dei nuovi sviluppi della civiltà. Come scriveva in una pagina memorabile il nostro Guglielmo Ferrero, “abbiamo oltrepassato tutti i limiti e la volontà vacilla nell’illimitato; non sa risolversi; vuole e disvuole; a volte si rammarica persino che una melmosa abbondanza copra il mondo guastando le arti, le fedi, le virtù del passato e quasi bestemmia il progresso; ma poi non sa frenare le sue voglie, e si ributta nell’orgia”.

Seppure prive di certe venature pessimistiche, e caratterizzate invece da un impeto di nichilismo “attivo”, considerazioni analoghe le troviamo in Juenger, in Carl Schmitt e nello stesso Heidegger, anche se, lo ripeto, camuffate da una consapevolezza - che vorrebbe essere sempre lucida e virile - di quello che a loro avviso sarebbe una sorta di inevitabile “destino” dell’Occidente. Si pensi al modo in cui i primi due (Juenger e Schmitt), dopo aver ridotto la politica a evento per sua natura “eccezionale”, assecondano il “movimento che tendeva a un’equazione immediata di potere e verità”, ovvero l’assunzione della “decisone” come unico possibile fondamento di una politica ormai definitivamente “sfondata”; oppure si pensi al modo in cui, giocando sulla convinzione che l’essere ha una storia (Geschichte) che coincide col suo destino (Geschick), Heidegger perviene a quella sorta di culto della “fatticità”, la quale, a ben vedere, starà alla base del suo impegno politico in favore di Hitler.

Non intendo ovviamente istituire connessioni troppo immediate, meccaniche, tra certe posizioni teoriche che si andavano diffondendo nella cultura degli anni Venti-Trenta e la tragedia del nazionalsocialismo. Una cosa sono infatti i presagi dei “kulturpessimisti”, alla Weber, ossessionati addirittura in modo profetico dalle possibili derive totalitarie della democrazia di massa, altra cosa è il presunto disincanto dei nichilisti “attivi”, alla Juenger, alla Schmitt o alla Heidegger. Sta di fatto però che, salvo rare eccezioni, la grande cultura di quegli anni resta come impietrita di fronte alle aberrazioni nazionalsocialiste e addirittura ne asseconda lo spirito. Emblematiche in proposito le vicende di Martin Heidegger e di Carl Schmitt, ma anche quelle del nostro Giovanni Gentile nei riguardi del fascismo.



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