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IDEE/ Pensare la crisi per uscirne. Così la postmodernità sfida la scuola

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La realtà e quindi la normalità sembrano come dissolversi sotto la pressione di questo spirito nuovo. “La creazione non è ancora terminata”, confidava Hitler a Hermann Rauschning; occorre perseguirla in una direzione opposta a quella seguita finora, abbattendo tutte le barriere, in primo luogo la barriera del senso comune. Per questo la politica totalitaria non ha più nulla a che fare con l’“arte del possibile”; ciò a cui essa massimamente aspira è piuttosto la realizzazione di quello che Goebbels amava definire il “miracolo dell’impossibile”; un miracolo che, in una sorta di gnosticismo perfetto, imponeva che si trasfigurasse il mondo confidando soprattutto nella muraglia di incredulità che avrebbe circondato quest’opera di trasfigurazione. Un rapporto segreto indirizzato a Rosenberg sul massacro di cinquemila ebrei nel 1943 dichiara esplicitamente: “supponiamo per un attimo che questi fatti vengano conosciuti dall’altra parte e sfruttati propagandisticamente contro il Fuehrer. Con estrema probabilità una simile propaganda non avrebbe alcun effetto perché la gente semplicemente non sarebbe disposta a crederci”.

Siamo insomma di fronte al massimo della perversione gnostica: distruggere la realtà confidando nella buona fede di coloro che, non essendo stati iniziati alla nuova verità, rimangono ancora nella tenebra del senso comune. Come scrisse David Rousset in The other Kingdom, un libro del 1947, “gli uomini normali non sanno che tutto è possibile”. E Hannah Arendt scriverà ancora più esplicitamente: “la ragione per cui i regimi totalitari possono spingersi così oltre nella realizzazione di un mondo fittizio capovolto è che il mondo esterno, comprendente gran parte della popolazione dello stesso paese totalitario, indulge alla pia speranza che non sia vero e rifugge dalla realtà di fronte alla follia pura e semplice”.

Al di là delle intenzioni dei grandi protagonisti della cosiddetta “cultura della crisi” d’inizio secolo, dobbiamo purtroppo riconoscere che la loro diffidenza nei riguardi della realtà ha finito per diventare un puntello prezioso per lo sviluppo dell’ideologia totalitaria. Proprio per questo occorre alzare la guardia di fronte all’analoga diffidenza che, per quanto diversamente motivata, vediamo serpeggiare nella cultura contemporanea. L’attacco alla realtà e alla possibilità che questa costituisca ancora un criterio per la nostra conoscenza e un limite per le nostre azioni, viene portato ormai con una consapevolezza epistemologica nuova, la quale, senza essere minimamente sfiorata dal pathos weberiano, esalta la crisi stessa come la molla che, a tutti i livelli, fa scattare in avanti il processo storico. In questo modo, anche appoggiandosi a quanto è avvenuto sempre all’inizio del secolo XX con la cosiddetta “crisi dei fondamenti delle scienze”, la nostra cultura si è fatta ormai “ipotetica”, “fallibile”, “debole”; accetta il “rischio” come la sua dimensione più normale, nella convinzione che, in termini gnoseologici e normativi, la realtà non abbia più nulla di oggettivo da offrire. “Anything goes”, direbbe Feyerabend, il padre del cosiddetto “anarchismo epistemologico”.



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