BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

IDEE/ Pensare la crisi per uscirne. Così la postmodernità sfida la scuola

Pubblicazione:

Foto: Fotolia  Foto: Fotolia

Un po’ come all’inizio del secolo scorso il senso di andare alla deriva in un mondo insensato si combinava con il senso di un “destino” tragico e inevitabile, anche nella cultura odierna, almeno in quella dominante, ritroviamo la paradossale combinazione della più radicale contingenza (tutto può essere altrimenti) con la più rigida ineluttabilità (la maggior parte dei processi sociali, si pensi alla globalizzazione, sembrano ormai aver luogo senza che gli uomini ne abbiano minimamente il controllo). Ma per fortuna non tutta la cultura del nostro tempo si lascia ricondurre a questa ineluttabilità; qua e là si percepiscono voci che vogliono un po’ riprendere il controllo del proprio destino; vogliono porre “limiti” umani allo sviluppo dell’economia, della scienza, della tecnica; non si rassegnano a quella che in gergo tecnico i sociologi chiamano deriva sistemica della nostra società. La “crisi” insomma, perdendo sia i connotati pessimistici della “cultura della crisi” sia quelli euforici o indifferenti di coloro che ne fanno meccanicamente, ad ogni livello, la molla che spinge avanti la società, viene come ricondotta a se stessa.

La parola “crisi”, come è noto, proviene dal linguaggio della medicina. Con essa Ippocrate indicava il momento decisivo che segue l’acme di una malattia, facendola evolvere in senso positivo o negativo, verso la guarigione o verso la morte. Ebbene il nocciolo della questione sta proprio in questo riferimento alla salute e alla malattia, implicito nella parola “crisi”. Si tratta infatti di un riferimento che viene perduto allorché la parola, valicando i confini della medicina, viene utilizzata nell’ambito dei fenomeni culturali in generale per indicare o la decadenza, la fine di qualcosa, oppure, nella sua variante ottimistica (si pensi all’ideologia del progresso), come il necessario passaggio verso qualcosa di migliore. L’ambivalenza implicita nella parola “crisi”, il fatto di rappresentare un momento di passaggio verso il peggio o verso il meglio da valutare caso per caso, si dissolve nell’idea di un presunto “destino” di decadenza o di progresso che graverebbe sulle vicende umane. Questo almeno è quanto accade all’interno della “cultura della crisi” del secolo scorso e di quel filone della cultura moderna ammaliato dal mito del progresso. Ma oggi, in una temperie culturale in cui a contendersi l’egemonia troviamo il funzionalismo e le innumerevoli varianti del “pensiero debole”, la “crisi” e quindi il “mutamento” sembrano aver rimosso qualsiasi riferimento alla “salute” e alla “malattia”. Tutto sembra essere indifferente; una totale apertura, la quale, se presa alla lettera, pregiudicherebbe la possibilità stessa di esprimere giudizi sensati sulla realtà.

A furia di “artifici”, “artefatti”, “astuzie”, ci siamo come convinti che tutto dipenda da noi. E invece le cose che contano per davvero - la nascita, la morte, la salute, la malattia, solo per citarne alcune - si sottraggono a questo nostro potere. Delle discussioni che a questo proposito si stanno sviluppando nell’ambito della bioetica non possiamo parlare in questa sede. Ma in esse emerge precisamente la volontà di rimettere al centro l’uomo e la realtà: un tema centrale per la scienza come per la filosofia.



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.