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CENSIS/ Bonomi: un nuovo patto capace di ridare desiderio al paese

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

«Ad un ciclo che si è concluso. Non si può più guardare in modo nostalgico all’Italia del boom economico tentando di ripeterlo. L’Italia di oggi ha già fatto due cicli economici, il primo quello del fordismo pubblico e privato - Iri, Alfa Romeo, Fiat - il secondo quello dell’impresa molecolare, tutta tesa a raggiungere l’obiettivo del benessere e dei nuovi mercati. Ora siamo in una fase nuova segnata dalla diffusione pervasiva di reti di ogni tipo: finanziarie, logistiche, migratorie, virtuali. In questo scenario l’economia è andata a velocità folle, e ha superato la politica, che non è stata capace di adeguare la sua visione».

 

Nel suo recente intervento all’assemblea nazionale della Cdo, Julián Carrón ha detto che il desiderio è sintesi di ragione e affezione, sentimento, mentre uno dei segni più evidenti della crisi attuale viene dal fatto che il desiderio è «ridotto a sentimento» e quindi «svuotato del suo essere». Con la conseguenza che «un desiderio così ridotto non ha la forza di sostenere un impegno reale, una responsabilità». Nella vita come nell’impresa. Lei che ne pensa?

 

«Nella società di ieri, i fini certi - quella perfezione cui Carrón fa riferimento (nel testo si cita Tommaso d’Aquino: “tutti desiderano il raggiungimento della propria perfezione”, ndr) - erano fuori di noi. Questo rendeva l’uomo capace di un fine prossimo, raggiungibile nel presente. Oggi invece non ci sono più fini fuori del mondo: la perfezione raggiungibile o è qui e subito, o altrimenti non è. La nuova sfida, a cui non ci possiamo sottrarre, è quella di ricominciare a mettere in campo un desiderio del possibile».

 

Da dove si può cominciare?

 

«Sotto la “pelle” dello Stato possiamo scorgere tre grandi comportamenti collettivi: il rancore, la cura e l’operosità. Se uno non ha più desiderio sarà dominato dalla paura, dall’incertezza, e finirà per chiudersi rancorosamente in se stesso. Per fortuna però in questa società c’è ancora una solida comunità di cura, cioè tutte quelle iniziative che hanno nel dna il senso dell’inclusione: il non profit, l’impresa sociale, il volontariato. Il problema è capire cosa faranno gli operosi. Solo una nuova alleanza dell’operosità con la cura, cioè di un’economia competitiva con chi produce bene sociale, potrà ridare al paese un desiderio capace di costruire».

 

(Federico Ferraù)

 

 



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