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POESIA/ Parola, pietà, simbolo, la via al Mistero di Cristina Campo

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Caravaggio, Adorazione dei pastori (1609, particolare)  Caravaggio, Adorazione dei pastori (1609, particolare)

Cristina Campo (Bologna 1924-Roma 1977) nella sua vita si limitò a pubblicare solo due piccoli libri: Fiaba e mistero (1962), e Il flauto e il tappeto (1971); delle molteplici traduzioni primeggia quella del pastore anglicano John Donne, poesia amorosa e mistica allo stesso tempo. Dopo i due fondamentali libri postumi della Adelphi: La tigre assenza (1991), tutta la poesia e tutte le traduzioni; e gli Imperdonabili (1987), assieme a Sotto falso nome (1988) tutte le prose, materiale sostanzioso, messo a disposizione per conoscere quest’anima solitaria e mistica, che aveva adottato quale strategia esistenziale l’ascetica dei monaci orientali. Di per sé ella era già scomparsa da giovane, poiché malaticcia e avvolta dalla simbolica dei segni, dal fascino dei miti, dal vortice dell’inesprimibile e dal rapimento estatico di quel paesaggio immanente e trascendente che fu il suo mondo hortus conclusus.

“In principio era il Verbo” diventa in lei “In principio era l’immagine”, simbolo di un altro da sé intorno a un messaggio rivelato da scoprire in alcuni siti elitari dell’universo: i monasteri e i romitori.

Nessuno meglio di Cristina Campo, entrando nel grande portale del sistema simbolico cristiano, si è messo in auscultazione di questo segno enigmatico, ma sottile e delicato fino a trasfigurarlo in “un suono soave”. Alla ricerca dei segni, ella stessa era diventata “un segno” (Guido Ceronetti) nel secolo breve. Questo nuovo universo l’ha trovato emblema di un mistero, ineffabile eppur disponibile al reale, nel centro e nella periferia, egualmente coabitate da un solo ospite “assente e presente”.

Questa tensione all’infinito è segno di un agnosticismo positivista prolungatosi dal XIX al XX secolo, come diramazione di un epigono illuminista rovesciato? Oppure è “una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile”, che sfugge ad essere afferrato, ma che rimanda, tuttavia, al credo niceno (325), con le sue certezze da adorare, e alla disciplina controriformista del Concilio di Trento?

Certo è che ella si ribellò alla riforma liturgica delle punte progressiste del Concilio Vaticano II. Esse fecero “tabula rasa” della magnificenza dell’anno liturgico scandito dalla vetustà del rito, straziando il canto gregoriano, simbolo di civiltà nella bellezza del suono, nostalgia di Dio. Per convinzione si alleò con i cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci, acerrimi nemici di quella riforma popolare che rendeva partecipativa la sinassi liturgica a tutti.
 
Cristina Campo troppo amava i segni allegorici, le gestualità significanti d’un rito più che millenario - compattato dal Concilio di Trento - e veicolati nel canone romano eclettico di Pio V, cioè al cuore del sacrificio eucaristico. Dalla Roma cristiana, santificata dal martirio del sangue aristocratico di Paolo e da quello plebeo di Pietro, il loro profumo corre nei millenni come coppa del pane e del vino, suggello di una metamorfosi sostanziale: il corpo di Cristo irrorato dal suo sangue.



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