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POESIA/ Parola, pietà, simbolo, la via al Mistero di Cristina Campo

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Caravaggio, Adorazione dei pastori (1609, particolare)  Caravaggio, Adorazione dei pastori (1609, particolare)

La vita di Cristina Campo fu una parabola leggera adagiata sul tessuto connettivo della simbolica cristiana, da Bisanzio a Mosca, dalla Roma imperiale e papale alle mistiche e ai mistici orientali e occidentali. Tutti innamorati di Cristo in linea diretta e personale, su cui passava l’esperienza di Dio immortale. Ella spalmava la sua fede deponendola negli incensieri bizantini, nella bellezza raggiante delle icone, nell’armonia della perfezione narrativa del canto gregoriano. Le affinità elettive cercavano l’aristocrazia del sacro negli spazi chiusi dei monasteri, che a null’altro esistono che per inneggiare con il corpo e lo spirito al Mistero altissimo, fonte di ogni grazia redentiva.

Tra le scrittrici la Campo amava di più santa Caterina da Siena; questa racchiudeva tutto il suo messaggio incandescente in quattro, cinque parole: sangue, fuoco, cella, dilezione... bagnatevi dunque nel sangue di Cristo per riposare nella sua dilezione e ardere di fuoco inestinguibile per incendiare il mondo. Una santa che scosse le massime istituzioni della storia: il papato, i principi, i potenti con l’ardore della sua parola “infocata”. Gli scritti di Cristina Campo assumono l’andatura d’una parabola e questa forma, nel progressivo rivelarsi, un evangelo. Quell’evangelo, soavemente con mano angelica, adombra una verità morale. Per attingere l’oltre si è sbalzati nella contemplazione del limite, in quel necessario perdersi occorre una fede sostanziosa per intuire il reale al di là del simbolo. Qui ella ritrova se stessa, ricercatrice infaticabile di un porto ove il paesaggio del mare, della città, e del cielo è perfetto, come nell’acquaforte di un Cascella, o “come nella città turrita”, sulla mano del santo protettore.

Alla poetessa Maria Luisa Spaziani confida: “Maria Luisa quante volte/ raccoglieremo questa nostra vita/ nella pietà d’un verso come i santi/ la città turrita?”. La Campo - come il poeta “nella pietà d’un verso” -, nelle pale d’altare, nelle lampade votive compie un gesto per elevare la città verso la luce divina e porla sotto la benedizione celeste. Il santo, per esempio san Giusto a Trieste con in mano la città in miniatura, diventa simbolo lanciato in medio coeli in quel paesaggio di frontiera dove il tempo lambisce l’eterno. È il simbolo che attiva la metamorfosi sostanziale in realtà, ontologia del simbolo, sublimato nell’immortalità del vero: l’assoluto trascendente.

Là ove abita la Perfezione che definisce sé stessa in un dinamismo autocreativo, nel mistero del Dio giudaico-cristiano. Il “Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe” (Es 3,6) risplende nella notte di fuoco, come a Pascal che lottava con l’angelo della notte per vincere lo strazio del dubbio. Esso non si qualifica come un mistero, ma è il mistero del “roveto ardente” nel deserto dell’ esistenza nostra. Quel Dio insondabile non si qualifica certo come una ipostasi platonica inaccessibile, lascia sul terreno della terra i segni della sua presenza visibile.

Per lo sguardo della ricerca “meticolosa, speciosa, inflessibile come tutti i veri visionari” anche Cristina Campo punta nei suoi racconti-parabola a superarli per raggiungere il prototipo, Missa Romana, Diario bizantino, Nobilissimi ierei, Mattutino del Venerdì Santo, Monaci alle icone, Canone IV [orientale], Ràdonitza (Annuncio della Pasqua ai morti). Ella sembra così connettersi alla “Nouvelle Théologie”, incarnazionista, perché attenta alla presenza della cultura nel territorio, spazio della missione del cristiano, come alla teologia escatologica, proiettata a celebrare “il già e non ancora” delle ultime realtà. La Campo rimane sempre una ricercatrice per rintracciare “la santa gnosi della distanza” con la passione mistica che dal segno porti alla intelligenza del mistero.



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