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POESIA/ Parola, pietà, simbolo, la via al Mistero di Cristina Campo

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Caravaggio, Adorazione dei pastori (1609, particolare)  Caravaggio, Adorazione dei pastori (1609, particolare)

Perché vivente Cristina Campo non ha avuto la risonanza di consensi che meritava? Negli anni ’70 l’attenzione del mondo cattolico era compaginata attorno a Lorenzo Milani, a Primo Mazzolari, già scomparso, a Carlo Carretto, a padre David Maria Turoldo, al poeta Mario Luzi, o allo scrittore Luigi Santucci, tanto ammirato, assieme a Maritain e a Jean Guitton, da Paolo VI. Il mondo mistico aveva per campione Divo Barsotti, proteso a far conoscere il mistero cristiano nell’anno liturgico (1951) in un suo saggio magistrale. I manuali di mistica, o meglio di spiritualità, catturavano l’attenzione dei seminari - ancora centri di vocazioni ecclesiastiche - con i nomi di De Guibert, di Truhlar, di Tanqueray, di Stolz, di Lanza, di Royo Marin, Mouroux e di Dagnino.

Con il Barsotti da Settignano (Firenze) dapprima, e con Enzo Bianchi da Bose, poi, nonché con Špidlík, si cominciava a prendere contatto con la mistica russa e con quella orientale. Per il gioco delle circostanze la Campo si trova a Roma ove viene catturata dalle celebrazioni del Sant’Anselmo, monastero benedettino sull’Aventino, e da altrettanti riti bizantini del Pontificio Collegio Russicum (1966-1977). E proprio qui che ella scopre il dono dell’intelligenza simbolica, allestendo una fastosa quanto essenziale mistagogia della celebrazione, adorazione, drammatizzazione nei riguardi del rito.

La pietà diventa un’ attitudine dello spirito, come il “sentimento diffuso e gigantesco” che si colloca in molteplici dimensioni per prendere contatti con tutte le realtà. Fino a poter trattare con ciò che è diverso da noi, “totalmente altro” dalla nostra esistenza: il mistero. E questo mistero non si trova fuori di noi, ma nella interiorità del noi, ci invade, ci circonda ci avvolge, tanto che “in lui viviamo, ci muoviamo, siamo” (At 17,28). La guida per orientarsi in questo labirinto illimitato dello spirito è la pietà. “Due mondi e io vengo dall’altro”, da qui la sua tendenza di tenersi lontano dal mondo, una specie di fuga mundi di carattere monastico per concentrarsi nel silenzio del divino che celebra.

Il linguaggio della Campo assume la vibrante essenzialità della res spiritualis nuda, per contemplarla con intelligenza sapienziale fino al rapimento nell’atmosfera celeste, che in lei diviene ascetica perfezione formale e anelito a una vita immersa nel divino, vissuta nell’ascolto del canto delle ore canoniche e della celebrazione della sinassi eucaristica dentro un monastero. Non si tratta d’una “malattia dell’infinito”, ma di un modo di vivere estatico con Dio un cristianesimo integrale. Anche il suo sodalizio con Elémire Zolla non fu mai completo e totale, tra lei e lui si frapponeva un terzo antagonista. “La sua passione più profonda andava a un terribile rivale, il Cristo. Zolla non sapeva né poteva concedersi totalmente” (Pietro Citati). Pur ammalata, lei lo curò come una donna fedele e altruista. Anche questo, nel panorama del mondo cattolico dell’epoca, contribuì a isolarne la figura, che già conduceva una vita solitaria e ritirata.



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