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CENSIS/ Recalcati: caro De Rita, chi ci darà il desiderio che ci serve?

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Edvard Munch, L'Urlo (1893, particolare. Foto Ansa)  Edvard Munch, L'Urlo (1893, particolare. Foto Ansa)

 

Sono i processi che le ho descritto in chiave psicoanalitica ad aver operato una riduzione del desiderio a capriccio, vale a dire il soddisfare ognuno quel che gli viene in mente. E infatti oggi siamo spettatori di una libertà adolescenziale, che si alimenta dell’illusione di non avere vincoli. Il desiderio invece  - come sostengo ne L’uomo senza inconscio - è sempre in rapporto ad un limite. Mentre il problema del nostro tempo è che il limite viene vissuto come qualcosa di repressivo, com’è nel mondo infantile dove i bambini incalzano gli adulti con continue richieste di oggetti. È difficile per un adulto dire no al bambino, ma al tempo stesso è il no che fa nascere e sviluppa il desiderio. Al contrario l’appagamento senza limiti genera quella che possiamo definire una posizione perversa, perché incapace di “sopportare” il limite.

 

Salvatore Abbruzzese, su questo giornale, ha scritto che il pensiero moderno ha «ingannato» il desiderio, attribuendogli un diritto assoluto di soddisfazione di fronte alle cose.

 

Sì. È il frutto dell’iperedonismo contemporaneo: il mito della liberazione del desiderio. Una versione cieca e immaginaria del desiderio, che nella sua posizione estrema coincide con la libertà di fare quel che si vuole. In psicoanalisi invece il desiderio è un dovere. Dire: “dobbiamo tornare a desiderare”, come si dice nel rapporto Censis, può sottintendere una visione razionalistica e “proprietaria” del desiderio.

 

Ha detto che «il desiderio è un dovere». Cosa significa?

 

Vuol dire che implica una responsabilità. Non solo rispetto al nostro desiderio, ma rispetto anche al desiderio dell’altro, dunque rispetto al legame sociale.  È desiderio quando siamo di fronte ad una scelta in cui ne va della nostra esistenza.

 

Ma allora il desiderio è relativo ad una totalità di significato. Non è la perfezione come compimento del desiderio di cui parla anche Tommaso d’Aquino quando dice che «tutti desiderano il raggiungimento della propria perfezione»?

 

Per la psicoanalisi il desiderio ha una natura inconscia. E dunque non è in realtà qualcosa che io “posseggo”, ma qualcosa che mi possiede, come nella dimensione cristiana della vocazione. Gli esseri umani sono tanto più felici quanto più sono prossimi al desiderio che li abita. In altre parole, se un soggetto vive lontano dal suo desiderio - lontano dalla sua vocazione - o diciamo pure: lontano dalla “chiamata” dell’inconscio, sta male. Più un soggetto invece vive nella coerenza rispetto al desiderio che lo abita, più si approssima a quella felicità che è impossibile a noi umani. Però per approssimarsi a questo, il desiderio richiede scelta, dovere, assunzione etica della responsabilità.

 

Cosa vuol dire non essere proprietari del proprio desiderio?

 



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