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CENSIS/ Recalcati: caro De Rita, chi ci darà il desiderio che ci serve?

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Edvard Munch, L'Urlo (1893, particolare. Foto Ansa)  Edvard Munch, L'Urlo (1893, particolare. Foto Ansa)

 

Io non sono proprietario del mio desiderio proprio perché esso ha a che fare con una chiamata. Può sembrare un’espressione un po’ “mistica”, ma non è poi così lontana da quel che accade nella vita degli uomini. Pensiamo per esempio ad un adolescente che si sente attratto da un certo tipo di esperienza, di passione o di sapere e viene ostacolato in questo da un certo tipo di educazione familiare. Non conosce bene lui stesso la provenienza di questa spinta, nondimeno essa c’è ed è potente. Il desiderio è questa spinta che pur venendo da me stesso, mi trascende: è qualcosa che io non posseggo - ed è per questo che lo definiamo inconscio - ma di cui devo nondimeno farmi responsabile.

 

Qual è il rapporto tra il desiderio che è in noi e la nostra ragione?

 

Il desiderio esige la responsabilità anche se essa non è mai una padronanza razionale. Il desiderio mostra sempre il limite della ragione, o se vogliamo, ha in sé una “ragione” che oltrepassa le capacità della nostra ragione. Questo è un aspetto molto importante che manca nella premessa teorica di De Rita. Il desiderio non può essere alienato da un miraggio di padronanza. La psicoanalisi sostiene un’immagine indebolita della soggettività umana, ma è la debolezza di chi non può essere padrone del proprio essere: l’esistenza non si governa con la sola ragione. Qualcosa, nella vita, sfugge sempre. Il paradosso è che proprio in questa non-padronanza la responsabilità diventa centrale.

 

Nel corso di questa conversazione lei ha identificato più volte il desiderio con la profondità dell’inconscio… perché?

 

Il desiderio è inconscio in quanto noi non ne siamo i proprietari. E da questo punto di vista il desiderio sempre si accompagna all’imprevisto, alla sorpresa, all’inaudito, al non ancora visto, al non saputo. La dimensione dell’incognita e dunque per certi aspetti quella dell’avventura, della creazione e dell’invenzione - appartiene alla dimensione del desiderio. Di fronte ad esso non possiamo fare appello ad un sapere capace di ridare al soggetto la padronanza del proprio essere. Questo sapere non esiste, è un’illusione.

 

Torniamo allora alla responsabilità e al rilancio del desiderio.

 

Il problema, riformulato, diventa il seguente: perché un soggetto sa desiderare e l’altro no? Perché c’è qualcosa del desiderio che si è trasmesso da una generazione all’altra. Se c’è un’estinzione del desiderio è perché c’è stato un fallimento nella sua trasmissione. Questo il rapporto Censis non lo dice. La facoltà di desiderare non è innata: passa attraverso un’eredità.

 

Lei parla di «trasmissione» del desiderio. Ma se ne dessimo un’accezione ontologica, se cioè il nostro desiderio facesse parte della nostra natura, non sarebbe tutto più facile?

 

 



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