lunedì 1 febbraio 2010
Augusto Del Noce, di cui ricorre il centenario della nascita (Pistoia, 1910), è stato, nell’Italia del dopoguerra, uno degli intellettuali e degli interpreti più acuti del tempo storico. Figura rara tra i pensatori cattolici, i quali o tendono a rimuovere la storia, come i tradizionalisti volti al tempo di ieri, o a rincorrerla, come i progressisti il cui appuntamento con il tempo è comunque sempre in ritardo. In ambedue i casi la storia non è compresa, ma subita. Per Del Noce interpretare la storia è comprenderla nelle sue cause ideali e, in secondo luogo, è distinguere in essa il positivo dal negativo contro una mentalità manichea che egli rifiutava in modo netto. In quanto interprete del proprio tempo il filosofo non ha disdegnato di impegnarsi nell’attività giornalistica, nel giudizio sui fatti del giorno. Il Popolo Nuovo di Torino, Il Mulino, L’Europa, Il Tempo, Prospettive nel mondo, Il Sabato, 30 giorni, lo hanno visto, in momenti diversi, assiduo collaboratore. In quest’ottica Del Noce è stato uno dei pochissimi pensatori cattolici, l’unico forse, in grado di confrontarsi con il pensiero laico. Questo perché il pensiero laico, dall’illuminismo in poi, trova la sua legittimazione nella lettura del processo storico secondo un’idea che è divenuta una vulgata: quella per cui il cammino della storia occidentale-moderna va dalla trascendenza all’immanenza, da Dio all’uomo, dalla fede alla ragione, dalla servitù alla libertà. È l’idea del moderno come processo irreversibile verso la secolarizzazione e l’ateismo. Ora proprio quest’idea della modernità , che sta alla base della coscienza laica, Del Noce ha voluto, nella sua opera, decostruire. E questo non già secondo un’ottica antimoderna, comune tra i cattolici durante il periodo della sua formazione. Allorché il Del Noce filosofo viene a confrontarsi con il tempo storico, nel 1942-’43 con la crisi del fascismo, lo fa attraverso Umanesimo integrale di Jacques Maritain, l’opera in cui il grande pensatore d’Oltralpe valorizzava la modernità liberale e democratica contro quella totalitaria. In tal modo l’antifascismo morale di Del Noce, maturato sin dal 1936 al tempo della guerra d’Etiopia, si incontrava con l’idea della democrazia intesa come “persuasione “ e “non violenza”. Maritain lo liberava dal “complesso di Benedetto Croce”, il complesso per cui un giovane cattolico non poteva allora, agli occhi della coscienza laica, dirsi antifascista. Da qui parte la sfida di Del Noce: dimostrare, al contrario di quello che pensava Croce, come la tutela della persona e della libertà poteva avvenire solo in un orizzonte religioso di tipo cristiano, non già nel quadro immanentistico della divinizzazione del mondo o in quello empiristico della dissacrazione del mondo. Per continuare a leggere l’articolo clicca sul simbolo >> qui sotto
Augusto Del Noce, di cui ricorre il centenario della nascita (Pistoia, 1910), è stato, nell’Italia del dopoguerra, uno degli intellettuali e degli interpreti più acuti del tempo storico. Figura rara tra i pensatori cattolici, i quali o tendono a rimuovere la storia, come i tradizionalisti volti al tempo di ieri, o a rincorrerla, come i progressisti il cui appuntamento con il tempo è comunque sempre in ritardo. In ambedue i casi la storia non è compresa, ma subita. Per Del Noce interpretare la storia è comprenderla nelle sue cause ideali e, in secondo luogo, è distinguere in essa il positivo dal negativo contro una mentalità manichea che egli rifiutava in modo netto.
In quanto interprete del proprio tempo il filosofo non ha disdegnato di impegnarsi nell’attività giornalistica, nel giudizio sui fatti del giorno. Il Popolo Nuovo di Torino, Il Mulino, L’Europa, Il Tempo, Prospettive nel mondo, Il Sabato, 30 giorni, lo hanno visto, in momenti diversi, assiduo collaboratore. In quest’ottica Del Noce è stato uno dei pochissimi pensatori cattolici, l’unico forse, in grado di confrontarsi con il pensiero laico. Questo perché il pensiero laico, dall’illuminismo in poi, trova la sua legittimazione nella lettura del processo storico secondo un’idea che è divenuta una vulgata: quella per cui il cammino della storia occidentale-moderna va dalla trascendenza all’immanenza, da Dio all’uomo, dalla fede alla ragione, dalla servitù alla libertà. È l’idea del moderno come processo irreversibile verso la secolarizzazione e l’ateismo. Ora proprio quest’idea della modernità , che sta alla base della coscienza laica, Del Noce ha voluto, nella sua opera, decostruire. E questo non già secondo un’ottica antimoderna, comune tra i cattolici durante il periodo della sua formazione.
Allorché il Del Noce filosofo viene a confrontarsi con il tempo storico, nel 1942-’43 con la crisi del fascismo, lo fa attraverso Umanesimo integrale di Jacques Maritain, l’opera in cui il grande pensatore d’Oltralpe valorizzava la modernità liberale e democratica contro quella totalitaria. In tal modo l’antifascismo morale di Del Noce, maturato sin dal 1936 al tempo della guerra d’Etiopia, si incontrava con l’idea della democrazia intesa come “persuasione “ e “non violenza”. Maritain lo liberava dal “complesso di Benedetto Croce”, il complesso per cui un giovane cattolico non poteva allora, agli occhi della coscienza laica, dirsi antifascista. Da qui parte la sfida di Del Noce: dimostrare, al contrario di quello che pensava Croce, come la tutela della persona e della libertà poteva avvenire solo in un orizzonte religioso di tipo cristiano, non già nel quadro immanentistico della divinizzazione del mondo o in quello empiristico della dissacrazione del mondo.
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Egregio Prof, Il “complesso di Benedetto Croce” di cui lei parla, associandolo alla valorizzazione di Maritain della "modernità liberale e democratica contro quella totalitaria" aveva un mondo davanti che per quanto ateizzato "in nome di un immanentismo radicale" esisteva, ed aveva una struttura concettuale. In altre parole Del Noce aveva davanti una "cultura" che faceva uso di criteri razionali, cultura che forniva materiale per le tre "scoperte" di cui lei parla. Il Cristianesimo oggi ha il nulla davanti, nessuno sa cosa sia il manicheismo, nessuno sa cosa sia l'immanentismo e persino i suoi "sostenitori", che pure hanno commentato favorevolmente il suo articolo, a stento comprendono cosa ha voluto dire: applaudono senza comprendere appieno. I cattolici che ancora hanno una struttura umana addosso, e percio' una ragione ancora di sembianze umane, non esistono quasi piu': la sua teoria del "soggetto assente" e' infinitamente piu' pervasiva del "complesso di Benedetto Croce" e si applica a tutti indistintamente. Oramai la "cultura" che abbiamo davanti vive di stomaco ed e' dominata dalle stesse dinamiche che spignono le masse ad essere della Roma o della Lazio. Basta leggere il trafiletto di Repubblica con cui si liquidava la sua replica alla recensione del libro "SUL SENSO RELIGIOSO": altro che dialogo con la "cultura dominante". Io la ammiro moltissimo in ogni caso, ma non sono altrettanto "positivista". Cordialmente, Eleonora Rossi.
Caro Borghesi: hai raccontato Augusto Del Noce come meglio non si poteva. Posseggo di lui alcuni libri,un opuscolo " Il problema politico dei cattolici " con dedica e alcune lettere che mi indirizzava per sostenermi nella mia attività di giornalista su " L'Ordine" di don Giuseppe Brusadelli ( Como ).
Non sono un filosofo ma la lettura di Del Noce, pur non afferrando interamente tutta la densità dei suoi concetti, è stata illuminante. A partire, ad esempio, dal concetto di "suicidio della rivoluzione" e dalla spiegazione della parabola della sinistra di origine marxista in "partito radicale di massa". La riflessione sui propri fondamenti culturali e filosofici alla ricerca dei motivi di tanti fallimenti politici ma prima ancora di una "mutazione" culturale che l'ha contraddistinta, non è cosa che da quelle parti si fa volentieri. Tuttavia sarebbe utilissima e chiarificatrice una volta per tutte sul perchè di scelte scelte e su un futuro la cui strada è già tracciata.
Apprezzo molto l'articolo del prof. Borghesi per la sintesi chiara del pensiero di Del Noce, un autore troppo spesso "scomodo" anche a tanto mondo cattolico del 900. Senza voler nulla aggiungere alla ricostruzione fatta, mi permetto solo di sottolineare la riscoperta della filosofia tradizionale, della filosofia dell'essere ed in particolare del realismo tomista -rappresentato agli occhi di Del Noce da Gilson- come ultima tappa di quella linea del moderno che da Cartesio, attraverso malebranche, Pascal, Vico e Rosmini, riscopriva il pensiero religioso. Ciò in antitesi con la tendenza da Del Noce stesso definita "positivismo tomista" che vedeva nel tomismo una sorta di "dogma", un rifiuto/rifugio dal confronto con la cultura laica. Da questo punto di vista, notevole è anche il commento di Del Noce all'Enciclica "Aeterni Patris" quale contributo specifico ad una filosofia cristiana. Gian Luca Barbero
Caro Professore è un vero piacere seguirla. A chi o a quale ala del cattolicesimo odierno si riferisce quando parla di "manicheismo" di molti cattolici? Agostino de Lieto Vollaro
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