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RICORDO/ L'allievo: Del Corno, il nostro maestro che ci parlava di Sofocle e di Mourinho

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Consideriamo i versi iniziali del primo stasimo dell’Edipo a Colono. I corali sono le sezioni tragiche più ardue da tradurre: alla complessità del dettato, che è sempre di tonalità alta, si aggiunge la difficoltà di riprodurre la ritmicità di versi che nell’originale erano cantati. Il rischio di prodursi in goffe astruserie è molto forte. Del Corno però si muove con leggerezza straordinaria:

 

A questo paese di forti cavalli, ospite straniero,

sei giunto, la migliore dimora della terra,

la candida Colono, dove

l’usignolo canta senza fine

il suo lamento triste

in fondo al verde delle valli,

abitando l’edera fosca

e l’inaccessibile selva frondosa

del dio, intatta dal sole,

inviolata dal vento di ogni

tempesta, che l’ebbro signore

Dioniso in ogni tempo percorre

insieme alle sue nutrici divine.

 

Lasciamo però lo studioso, e diamo spazio al maestro. Anno 1976, una mattina di fine inverno, un’aula al pian terreno dell’Università Statale di Milano. Le ultime propaggini del ’68 sono ancora avvertibili, nelle tracce di grafiti sui muri e nelle inquietudini studentesche. Il professor Del Corno sta coordinando un seminario (è stato lui a trapiantare in Italia questa forma didattica, tipica del sistema universitario tedesco) sull’Epodo di Colonia di Archiloco: il discorso verte sullo schema metrico del testo. Una ragazza scarmigliata irrompe in aula e invita tutti a seguirla fuori, a manifestare in strada: è successo un fatto grave (uno studente ferito, in tafferugli con la polizia) e sarebbe scandaloso, in un simile frangente, continuare a parlare di sillabe lunghe e brevi, di ponti e dieresi. Gli studenti tacciono, lasciando la risposta al professore, che con voce soave dice: “Cara signorina, se ci venissero a dire che là fuori stanno crocifiggendo Gesù Cristo per la seconda volta, sarebbe nostro dovere rimanere qui dentro a parlare della legge del Perrotta”. Dignità della scienza, consapevolezza del ruolo, buon senso lombardo? Un po’ di tutto questo, ma soprattutto una lezione di vita, impartita con uso abilissimo della retorica classica.

Tarda primavera del 2003, siamo in Grecia con un gruppo di studenti. Si fa visita al Nekromanteion (oracolo dei morti) di Efira, lungo la costa ionica, qualche decina di chilometri a nord di Preveza. Il sito è bellissimo: dall’alto di una collina domina la piana dell’Acheronte fino al mare, che si intravede in lontananza; erbe palustri e ginestre in fiore completano lo scenario. Da buon assistente, mi incarico io di intonare l’uditorio, leggendo i primi versi dell’XI canto dell’Odissea, che descrivono l’incontro di Ulisse con le ombre dei defunti (“s’affollarono le anime dei morti, giovani donne, ragazzi, vecchi che molto soffrirono, e guerrieri squarciati dal ferro spietato…”). Dopo questa introduzione, il professor Del Corno fa lezione agli studenti, che gli siedono intorno sulle pietre del santuario. Parla delle misure del tempo, della relazione che il mito costruisce tra il passato e il presente (inverato, cioè reso reale, proprio da quel misterioso rapporto). I ragazzi lo ascoltano con attenzione totale: intuiscono che il suo discorso, partito dall’Ulisse di Omero, arriva fino a loro, anzi investe le loro persone.

 

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COMMENTI
01/02/2010 - Commento (Salini Rossano)

Capita raramente di leggere testi "in memoriam" tanto carichi di vita, di esperienza e di passione. E di quel tranquillo, direi quasi -in senso positivo- distaccato sentimento delle persone, che nasce solo da una confidenza lunga e profondissima. Il rapporto tra maestro e discepolo viene qui narrato, più che descritto, con una pienezza di umanità e di sapienza che non può non commuovere. La risposta alla studentessa "scarmigliata" contiene forse il segreto di Del Corno così come qui viene ricordato: la coscienza di sé dentro al lavoro, nel cimento con la vita che caratterizza chi veramente si impegna con l'ideale che lo ha conquistato, e che con passione lo accompagna per l'intera esistenza. Grazie a Del Corno; ma grazie anche a al prof. Zanetto per questo dono ai lettori del Sussidiario.