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ARTE/ Lo sapevate? Siamo tutti un po’ cittadini di Bisanzio

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Questo, in sintesi, il contesto intellettuale che fa da sfondo al mondo antico. Al di là delle infinite sfumature filosofiche e del modo in cui i diversi pensatori intendevano l'arte sacra. Besançon, da Omero a Plotino, concede spazio quasi a tutti, delineando i tratti principali dei diversi sistemi concettuali. Ma il fulcro della sua narrazione rimane nel mondo ebraico-cristiano. Anzitutto nell'Antico Testamento. Quando il divieto di produrre immagini di Dio era comprensibile solo dall'interno dell'incomprensbile disegno di Dio sul Popolo eletto; Dio era irrapresentabile non in ragione della sua natura, ma del rapporto misterioso e personale che aveva instaurato con Israele. «Esiste un contrasto sorprendente» - dice Besançon - «tra la maestà opprimente e imprecisa delle teofanie, e la familiarità senza equivoci della parola. I segni visibili sono rari (...). Il dialogo con Dio riempie la vita di Abramo, di Mosé, dei Profeti».

Sarà proprio la teologia legata al compimento dell'Antico Testamento nel Nuovo, dunque all'Incarnazione, a diventare terreno di scontro tra iconoclasti e ortodossi. Se prima la maestà di Dio rimaneva inviolabile, ora Egli stesso decide di rendersi visibile, «circoscritto» in una figura umana. Nasce un problema: «Al manifestarsi del minimo squilibrio» - nota Besançon - «a proposito della collocazione del Verbo nella Trinità o dell'unione delle due nature nella persona di Cristo, non si ha più immagine o si ha soltanto un idolo». Rifiutare le icone poteva significare rifiutare l'incarnazione. E accettarle, al contrario, separare Cristo dalla natura divina, riducendolo a creatura.

L'errore stava, spiega Besançon «nell'idea dell'inseparabilità nel prosôpon (volto/persona, ndr) delle due nature. In questo caso il prosôpon equivarrebbe a una terza natura unitaria (...). Il volto dipinto - continua - non circoscrive la natura divina, e in sostanza nemmeno la natura umana: circoscrive l'ipostasi composta del Verbo incarnato». Nell'843, dopo infinite dispute e spargimenti di sangue, la questione sembra giunta al termine; l'iconoclastia è definita eterodossa. Ma, relativamente calmierati i furori iconoclasti durante il medioevo, questi tornano a riproporsi in epoca moderna. In maniera, forse, più drammatica e psicologicamente profonda.

 

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