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ARTE/ Lo sapevate? Siamo tutti un po’ cittadini di Bisanzio

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Il pensiero scientifico modifica, nella coscienza collettiva, i connotati dell'universo. Si passa da un mondo «chiuso», «affollato» e «gerarchizzato», dove ciascun elemento aveva «le sue proprietà, le sue qualità, le sue forze», «risultava eloquente» e «parlava di Dio», ad un altro «ridotto alla sola estensione», «percepito come un pulviscolo impercettibile perduto nel vuoto di uno spazio infinito e muto». Per Besançon l'ultima traccia del divino rimane una «forza organizzatrice» che il nuovo pensiero si illude di cogliere grazie «al calcolo matematico o per grazia». Di Dio non resta che «una maestà più astratta che squalifica ogni rappresentazione».

In questo scenario Kant ed Hegel esercitarono un profondo influsso iconoclasta, orientando «l'arte in modo che la rappresentazione di Dio, più di ogni altra cosa, divenisse sempre più aleatoria, al punto che l'arte stessa si riducesse ad una ricerca febbrile e disperata del modo di sfuggire all'annientamento». Con la Volontà di Shopenhauer, il substrato oscuro della realtà, accessibile solo al genio, il limite entro il quale è possibile affacciarsi alla verità è spostato quasi all'infinito.

Dio e la realtà sono ormai imperscrutabli, le loro immagini inutili insensate finzioni. Ma il processo culmina in esiti inaspettati - e tuttora in atto. «Dato che il divino non è più presente nelle cose - afferma Besançon - si è reso necessario incalzarle, forzarle e deformarle per far loro manifestare una presenza che le sfuggiva, sino a che alcuni artisti hanno deciso di varcare il confine e di farne a meno del tutto». Secondo Besançon è questa l'origine profonda dei movimenti artistici dell'ultimo secolo e mezzo. Che, sfociando nell'astrattismo di Kandinskij - con il testo Lo spirituale nell'arte e Malevič con il suo Quadrato bianco su fondo bianco, fino alle esagerazioni dell'Iperrealismo americano, lasciano intravedere l'esigenza dell'originaria unità di significato del mondo: in cui le «immagini divine diano vita alle cose» e «le immagini profane diano corpo al divino».

 

(Paolo Nessi)



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