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ARTE/ Lo sapevate? Siamo tutti un po’ cittadini di Bisanzio

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Da Omero fino all'iperrealismo moderno, l'iconoclastia - il rifiuto teorizzato di rappresentare il divino - ha sempre prodotto esiti dagli effetti pratici visibili ben al di fuori degli ambiti accademici: crisi politiche, sommovimenti religiosi, fino al rifiuto sistemico della realtà da parte di interi movimenti artistici e culturali. Lo storico Alain Besançon analizza ne "L'immagine proibita. Una storia intellettuale dell'iconoclastia" le ragioni, i protagonisti e le conseguenze odierne del fenomeno.

 

Tra i concetti che, di solito, maggiormente suscitano un senso di astrattezza e cervellotica artificiosità, al solo chiamarlo in causa, c'è sicuramente quello di iconoclastia. Quel flusso di dottrine che, in terra bizantina - in base a motivazioni teologiche mescolate alla politica e agli affari dell'imperatore - tacciò, dal 725, il culto delle icone (diffusosi tra il VI e il VII secolo) di idolatria.

Alain Besançon, tra gli storici francesi più noti, successore di Jean Guitton all'Institute de France è riuscito a parlarne ne L'immagine proibita. Una storia intellettuale dell'iconoclastia (Marietti) in maniera avvincente. Utilizzandolo come pretesto alla luce del quale dar vita ad un intreccio di arte, storia, filosofia e teologia che racconta uno scorcio delle vicende umane. A partire dall'antica Grecia. Dove furono due - ovviamente - i pilastri che, con la loro visione del mondo, influenzarono l'arte e l'intera storia intellettuale del loro tempo e dei secoli successivi: Platone, da una parte, convinto che la reale consistenza delle cose risiedesse nel mondo delle idee, delle quali il mondo visibile non era che un pallido riflesso; Aristotele, dall'altra, convinto, invece, che le sostanze fossero identificabili come miscuglio di forma e materia, atto e potenza, divisibili nella logica, ma non nella realtà. Dal che ne derivava che le cose avessero una propria legittimità ontologica. Ma che diversi gradi di valore le caratterizzassero, risalendo i quali si giungeva all'ente perfetto, il motore immobile, puro atto e pura forma, pensiero di pensiero.

In ogni caso, per entrambi, come per l'intero mondo antico, l'assunto di fondo non cambiava: il fine sommo dell'uomo che volesse vivere secondo ragione e virtù era quello di rivolgere la propria intelligenza all'essenza delle cose, contemplare la trascendenza, ricercare il divino. Il quale coincideva, in fondo, con il bene. Ma la dimensione all'interno della quale questa ricerca avveniva, era quella del bello.

 

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