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FINE VITA/ Non bastano i neuroni a spiegare quella domanda che abita nella nostra testa

lunedì 15 febbraio 2010

Nel dibattito filosofico attuale la coscienza resta per molti ancora un “mistero”, perché ancora inesplicabile risulta essere il rapporto causale tra i meccanismi e le funzioni del nostro cervello e l’esperienza che il nostro io fa di sé stesso come un soggetto cosciente. Come si può spiegare l’emergere da una realtà di tipo fisico e oggettivo (più specificamente neurobiologico) di un fenomeno squisitamente soggettivo, quale è il nostro esser-coscienti, in prima persona, di noi stessi e del mondo? Si tratta di un semplice rapporto di causa-effetto, e quindi di una connessione spiegabile esaurientemente sul piano naturalistico, al pari di ogni altro fenomeno fisico-organico (quali il metabolismo o la riproduzione)? Oppure resta uno iato, una differenza incolmabile tra il piano fisico o cerebrale e quello psichico o mentale?

Senza addentrarci nell’intricata suddivisione delle posizioni in campo, possiamo dire tuttavia che in entrambe queste alternative la coscienza è un mistero in senso sostanzialmente negativo, e cioè indica o l’impossibilità di rendere conto di una realtà inesplicabile (come nei cosiddetti “dualisti”, che tengono ferma la separazione tra le due realtà, quella fisica e quella mentale) oppure, molto più frequentemente, indica la nostra attuale ignoranza su certi processi della causalità fisica, che almeno in linea di principio si deve pensare verrà un giorno colmata grazie allo sviluppo sempre più sofisticato delle nostre tecniche di indagine della natura. In altri termini, il mistero indicherebbe solo un residuo ancora oscuro, il cui destino è quello però di assottigliarsi sempre di più.

Come ha scritto di recente un filosofo della mente, John Searle, «il mistero della coscienza verrà progressivamente rimosso quando risolveremo il problema biologico della coscienza. Il mistero non costituisce un ostacolo metafisico ad una comprensione del funzionamento del cervello; il senso di mistero deriva piuttosto dal fatto che, attualmente, non soltanto non sappiamo come esso funziona, ma non abbiamo nemmeno un’idea chiara di come il cervello potrebbe funzionare per causare la coscienza. Non comprendiamo neppure come sia possibile una cosa simile. Ma ci siamo trovati in una situazione analoga anche in passato» (Il mistero della coscienza, Cortina, Milano 1998, p. 166).

Naturale, dunque, che la questione venga riaccesa dalle ultime rilevazioni da parte di un’equipe anglo-belga di neuroscienziati, e pubblicate sul «New England Journal of Medecine», riguardo a un’attività cerebrale che continuerebbe ad essere esercitata anche in persone che si trovano in uno stato vegetativo persistente, in risposta a determinati stimoli elettromagnetici.

 

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COMMENTI
15/02/2010 - Domanda di senso (radogna michele)

Secondo me tutto finanche la morale, finanche una certo modo di fare carità, sono riconducibili ad un principio di utilità e quindi a dei meri (sebbene ipercomplicati a livello biologico) meccanismi, solo la domanda di senso sfugge all' utilità biologica (poichè per una mancata risposta alla domanda di senso Pavese Leopardi etc si sono uccisi) quindi questo sfuggire all' utilità conferma che vi è uno scarto tra mente, psiche, da una parte, e cervello ,meccanismi biologici dall' altra.

 
15/02/2010 - Coscienza e mistero (Pierluigi Assogna)

A questo proposito un filosofo della mente ateo (Daniel Dennet) e uno scienziato ateo (Douglas Hofstadter) tra gli altri sostengono la loro maturata convinzione (legittima dal loro punto di vista circoscritto) che la coscienza e l'Io non esistono, sono illusioni. Si potrebbe dire non c'e Io senza Dio.