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FILOSOFIA/ Il senso della festa: di che cosa si rallegra il cuore umano?

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È qui che inizia il mio disaccordo. Per rallegrarsi – risponde Pieper – occorre già avere una concezione della persona umana (31), dell’uomo e dell’esistenza (19). In un certo senso è chiaro che c’è un circolo ermeneutico tra il rallegrarsi e la concezione del mondo sulla scorta della quale ci si rallegra. Che «per rallegrarsi di qualcosa si deve approvare tutto» (ancora Nietzsche). Ma il problema è che poi questa “approvazione del tutto” s’incanala subito secondo il rispettabile canone della tradizione. Che cos’è la festa? Nell’ordine: visione, contemplazione, culto di Dio, liturgia.

Non c’è nulla di male, e forse neanche di sbagliato, ma è il tipo di ragionamento che è debole: la festa, splendido angolo di apertura per cercare di descrivere e capire il gesto umano, è decisa a priori. Le giustificazioni sono tutte qui: «è familiare la denominazione tradizionale del più elevato compimento dell’uomo […]: visio beatifica»; «noi preferiamo la vista a tutte le altre sensazioni» dice Aristotele, «non si può pensare al concetto di festa senza un elemento di contemplazione». Sono gli argomenti che portano a questo percorso che non sono solidi: che cos’è la familiarità da un punto di vista logico (ci sono decine di libri sull’argomento: da Locke a Wittgenstein, passando per Peirce, James e molti altri)? Perché dovremmo dare ascolto ad Aristotele (la vecchia domanda di Galileo con tutte le sue risposte pro e contro)? Perché non si potrebbe pensare alla festa senza contemplazione?

Non è che non si possano sostenere queste idee; è che bisogna fondarle con qualche argomento più forte da un punto di vista logico; non della logica intesa come formalità, ma della logica vera, quella che è una delle basilari scienze normative (estetica, etica, logica), quelle che fanno sì che l’uomo cerchi di essere migliore (almeno dal punto di vista conoscitivo) di ciò che si trova a essere.

 

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