Cultura
giovedì 18 febbraio 2010
Sarà perché sono appena stato al party che ogni famiglia americana ha dedicato al Super Bowl (dalla parte sbagliata, quella dei Colts di Indianapolis, favoriti e perdenti) o, forse, più in generale perché mi sembra che ci siano tanti tipi di feste vere anche tra non credenti o perché mi piacciono i ragionamenti stringenti. Fatto sta che il libro di Joseph Pieper, Sintonia con il mondo. Una teoria sulla festa (Edizioni Cantagalli) che pur ha uno spunto acuto e interessante, lo trovo debole.
L’oggetto della ricerca è centrato e illuminante: la festa. La festa come chiave di lettura di ciò che è davvero il lavoro, il momento della gioia per capire tutti gli altri momenti. È un tipo di fenomenologia che meriterebbe persino più spazio perché ha infiniti spunti di carattere etnologico, psicologico, filosofico, giuridico, economico. Un classico momento dove si vede che l’uomo compie dei gesti che sintetizzano il ragionamento legando insieme tanti fili che l’analisi può disarticolare e studiare. Ma se questa seconda operazione è ben nota – è l’essenza di tutti i corsi universitari – la prima, la sintesi di tutti i piani in unico gesto è stata finora poco approfondita e una sua fenomenologia vitale può essere un primo stadio per una logica sintetica, che meriterebbe studi tecnici adeguati.
Il percorso iniziale funziona ed aiuta a capire tante vicende della vita quotidiana. La festa, dice Pieper, è un momento in cui si è liberi dal lavoro dedicato a uno scopo specifico ed è quindi un tempo di pura gratuità, ed è la gratuità che fa capire a che cosa serve il lavoro solito. Una geniale osservazione di Nietzsche fa intuire la profondità della domanda: «l’abilità non sta tanto nell’organizzare una festa, ma piuttosto nel trovare coloro che si rallegrino in essa» (29). Chi riesce a rallegrarsi? Chi ama. E che cosa si ama? Ossia, che cosa si festeggia in questa gratuità?
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