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COMUNISMO/ La storia di quei preti che fecero dell’Urss una terra di missione

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La nascente Comunità Fatima intende aiutare la presenza della Chiesa con modalità simili ai religiosi oblati, senza dimenticare l’originale intento missionario verso la Russia: pur rischiando di più, gli slovacchi possono viaggiare in URSS come turisti e introdurvi letteratura religiosa con minori complicazioni rispetto ai cristiani occidentali, riescono ad allacciare contatti personali e perfino a tenere esercizi spirituali in segreto.

Negli anni Ottanta la comunità Fatima pubblica diverse riviste samizdat, organizza raccolte di firme per la libertà religiosa, aiuta ad organizzare i pellegrinaggi. È costante l’attenzione ai giovani: si moltiplicano i gruppetti di studenti universitari (che si incontrano in quelle che cospirativamente chiamano «feste»), coordinati da Vlado cui subentrerà Peter Murdza. Peter, laureato in elettronica, entra nella comunità Fatima nel ’76, e mette da subito a disposizione la propria casa per ricavare il primo deposito segreto di testi clandestini, cui si aggiungerà una mini-tipografia nascosta tanto ingegnosamente nel sottosuolo che la polizia non è mai riuscita a scoprirla. Consacrato sacerdote nell’87, ha continuato a lavorare come tecnico nelle telecomunicazioni: «La nostra comunità era da sempre orientata ad aiutare i cristiani in Russia… Ci dividemmo quell’enorme territorio: ognuno era responsabile di una zona. Oggi tutto questo può far sorridere…». Come in una sorta di Risiko religioso, a lui tocca l’Asia centrale sovietica. Sceglie come nome in codice «Vendelin», in onore del primo rettore del Russicum, p. Vendelin Javorsky, grande figura di missionario.

 

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