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IDEE/ Chesterton, Tolkien e Virginia Woolf: l’imprevedibile sorpresa del nichilismo

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È molto frequente imbattersi, nella letteratura o nell’arte cinematografica, in raffigurazioni acute e anche struggenti del nichilismo contemporaneo, quella condizione per cui sembra offuscarsi il significato di sé e del mondo, e la nostra coscienza vien presa da una sorta di disagio, come una perdita della ragione e del gusto di vivere. Ma il più delle volte tale condizione è vista come una patologia da cui non è più possibile guarire veramente, di fronte alla quale potremmo escogitare strategie di evasione o tecniche di dimenticanza, o terapie di contenimento – come quelle legate al moralismo o al legalismo –, senza riuscire però a superare realmente il dramma dell’insignificanza, cioè senza arrivare a dare risposta a quell’assenza del vero e del reale a cui sembra destinata la coscienza contemporanea. E in alcuni casi (quelli più comuni e a volte più di successo) prendendo questa perdita con la “gaia” certezza (per usare una parola di Nietzsche fatta propria dal pensiero “post-moderno”) che in fondo si tratterebbe di un’emancipazione dai vecchi spettri della metafisica e della religione, che finalmente non ci opprimerebbero più con le loro insensate domande, e mostrerebbero semplicemente il carattere assoluto, insuperabile della nostra finitezza.

Ma ci sono dei casi – pochi, a dire il vero, ma straordinari – in cui il nichilismo non è considerato semplicemente come una patologia da curare con i rimedi dell’analisi, della rimozione o del volontarismo, bensì è riconosciuto come una risorsa segreta e difficile del nostro essere uomini, vale a dire la domanda insopprimibile di un significato vero e oggettivo per l’esistenza. In questa diversa prospettiva nel guardare il fenomeno nichilistico, ciò che viene in primo piano, nella coscienza di una perdita, è il bisogno più radicale del nostro intelletto e del nostro affetto, quel bisogno che non resta mai come un labile vapore nel nostro intimo, ma dà prova di sé determinando in una maniera o in un’altra tutti i nostri gesti, i nostri tentativi e i nostri impegni di uomini in carne ed ossa nella storia e nella società. In una parola: il nichilismo può essere visto come l’occasione favorevole per comprendere che gli uomini non si salvano da sé stessi, ma solo per qualcosa di altro, più grande di sé, che essi stessi però non possono produrre con le loro teorie o le loro decisioni, ma solo attendere, scrutare e accogliere (o naturalmente rifiutare).

Di alcuni di questi casi straordinari parla un aureo libretto scritto da Tiziana Liuzzi, appena uscito presso le baresi "Edizioni di Pagina", dal titolo Viaggio in Inghilterra, con il significativo sottotitolo L’Occidente al crocevia del nichilismo: Virginia Woolf, Chesterton, Tolkien. Si tratta della raccolta di cinque conversazioni che l’autrice ha tenuto tre anni fa presso il “Centro Culturale di Bari”, in cui il problema del nichilismo è affrontato alla luce dei tentativi e delle reali possibilità di un suo “superamento”.

 

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COMMENTI
23/02/2010 - splendido (attilio sangiani)

ho sempre pensato che il nichilismo,(cui Nietzsche è approdato definitivamente con il "frammento di Lenzerheide",con il quale abbandona anche la teoria dell' "eterno ritorno di tutte le cose ")ha la funzione di fare " piazza pulita" di tutte le posizioni ambigue,equivoche,intermedie fra il "totale non-senso e irrimediabile finitezza del mondo in cui siamo stati gettati ",da una parte,e,dall'altra,alla apertura e gioiosa accoglienza alla salvezza vera,unica,offerta dal Cristo,Verbo Incarnato.