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STORIE/ Da Landru ai mostri dei fratelli Grimm: il "lato oscuro" degli uomini

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Ottantotto anni fa il, 25 febbraio 1922, veniva portato alla ghigliottina un personaggio destinato, sebbene per orribili motivi, a rimanere nella storia. Henri Désiré Landru, parigino, figlio di un pompiere e di una sarta, studente dapprima mediocre e poi sempre più volenteroso fino al conseguimento della laurea in ingegneria. Fu un uomo timido e riservato, come lo descrisse chi lo conobbe, perfetta immagine di quel male dal volto “banale” che avrebbe poi caratterizzato, purtroppo, molti protagonisti del XX secolo. Landru aveva infatti un solo imperdonabile difetto: era un serial killer. Fu, insieme a Jack lo squartatore, un caso che coinvolse e sconcertò l’opinione pubblica di allora e che sarebbe poi entrato a far parte dell’immaginario collettivo dando luogo a interpretazioni che spaziano dalla speculazione morale e psicologica fino all’interpretazione artistica. E proprio su quest’ultimo aspetto abbiamo voluto chiamare in causa un esperto del settore, come il dottor Alessandro Meluzzi, per aiutarci non solo a comprendere che cosa avvenga nella mente di un serial killer, ma anche i motivi nei quali risiede l’attrazione-repulsione della gente “normale” nei confronti di tali personaggi.  

 

Dottor Meluzzi, in primo luogo esiste una definizione, più o meno condivisa dalle correnti della psicanalisi e della psichiatria, di serial killer?

 

La definizione di serial killer è quella di un soggetto, psicopatico nelle motivazioni, che uccide in maniera seriale. Il fatto che i moventi siano di natura psicopatica non significa affatto che non sia lucido e molto intelligente. L’omicida seriale tende a ripetere, in maniera spesso ritualmente riconoscibile, lo stesso reato. In questo comportamento abbiamo la componente dell’omicidio come oggetto, la ritualità come metodo e una finalità. Quest’ultima è il più delle volte oscura e misteriosa. Lo scenario motivazionale di un serial killer è uno dei più indecifrabili psicologicamente.

 

Visto lo spunto della nostra intervista possiamo definire Landru un classico esempio di serial killer?

 

Certamente. La psicodinamica di Landru è quella di un comune serial killer: nessuna capacità di identificazione nel dolore dell’altro, azione rituale, obiettivi ben precisi (le donne). Tutto a regola d’arte. Direi che è un esempio perfetto. Ora è chiaro come sia complesso interpretare fino in fondo la psicologia di una struttura mentale così rigida e così poco empatica, cioè incapace di provare emozioni in maniera relazionale. È un po’ come pretendere di definire il carattere di un androide.   

 

L’opinione pubblica europea rimase a lungo, e giustamente, particolarmente scossa dalle vicende legate a Landru, come avvenne per Jack lo squartatore. Oggi il fenomeno del serial killer sembra invece piuttosto legato al nord America. È davvero più diffuso da quelle parti o è solo un’impressine dettata da film e romanzi d’azione?

 

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