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TESTORI/ Cleopatràs, la lussuriosa di Dante nel cuore della Brianza

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Dentro questo impasto linguistico e poetico Arianna Scommegna si muove con una maestria e con una forza scenica indimenticabile. Si butta dentro senza mai smarrirsi; cavalca le parole testoriane senza mai perdere il controllo.

 

In due momenti dello spettacolo opera due accelerazioni nella recitazione, come si trattasse di una rush ciclistico, senza lasciare indietro una sillaba di questa lingua incandescente.

 

A guardare lo spettacolo certo viene da pensare a come un uomo sul letto d’ospedale, ormai prossimo alla fine, abbia potuto trovare le risorse fisiche e mentali per buttarsi in un testo come questo.

 

Ma forse è il segno migliore di quanto fosse intensa la passione per la vita, per l’uomo e per il suo corpo da parte di uno scrittore anomalo come Testori. Che anziché rifugiarsi in percorsi autoconsolatori e intellettuali ha preferito continuare la sua appassionata colluttazione con il mondo sino alla fine.

 

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COMMENTI
26/02/2010 - Continuazione del commento (spadon gino)

Quanta distanza fra la conclusiobe di Testori e quella, solo apparentemente simile, enunciata da Vittorio Sgarbi nel suo monologo teatrale Cleopatra muore ispirato alla celebre Cleopatra morente del Guercino. In Giovanni Testori l’atto della morte è contrassegnato dal nichilismo più disperato, da un malessere esistenziale senza rimedio e senza speranze, in Vittorio Sgarbi invece quello che trionfa è un comunissimo luogo comune romantico. Che cosa resterà di me? – si chiede Cleopatra appressandosi alla morte – “ Cosa resterà di me? E perché, perché dovrei continuare a vivere nell’incertezza della mia felicità? Perché dovrei respirare ancora se son certa che i miei piaceri sono finiti? Perché dovrei desiderare di sperare, di aspettare? Ho avuto tutto, e non voglio avere di più. Il mio più alto compiacimento è morire. Non muoio per dolore, muoio per esaurimento della felicità. Non ne posso più, e non posso averne di più” Inutilmente Sgarbi, con questa serie di interrogativi incalzanti, cerca di rendere la drammaticità del passo estremo. Cleopatra, viene voglia di dire, muore per una sorta di indigestione sentimentale. Ha avuto tutto, ha avuto troppo, e non potendo averne di più su questa terra, vuole una cosa che solo la morte le può dare e cioè “l’alto compiacimento del morire”. Ah, veramente “insaziabile” Cleopatra!

 
26/02/2010 - Un commento frettoloso e corrivo (spadon gino)

La drammaturgia italiana ha consacrato largo spazio, a cominciare da Giraldi Cinzio, alla regina Egizia, con esiti estetici, bisogna dirlo del tutto insoddisfacenti. Si salva, a parer mio, solo una parte della tragedia omonima di Vittorio Alfieri e questa Cleopatras di Giovanni Testori una specie di lamentazione amorosa, piena di grida e di furore, di fervori e di indifferenza, nella quale Cleopatra, fondendo dialetto meneghino, italiano, latino, francese e parole nettamente inventate, così esprime il più sconsolato e tragico pessimismo. Cosa de moi ce resteràs? Nigotta? Nigottàs? E lora ciapela in del cu Porca vitàs Et anca ti, o Diù, che in essa me mettàs. Est isto Est isto insolamento Il mio finalo E mortuario testamento. Opera bellissima dunque, che meritava un commento meno frettoloso e corrivo [à suivre]