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RAGIONE&FEDE/ Da Chesterton a Guillebaud, riscoprirsi cristiani per essere realmente laici

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Jean Claude Guillebaud, un giornalista francese, inviato di guerra di Le Monde, abbandona la professione di reporter e, sul finire degli anni Settanta, inizia ad interrogarsi sui grandi cambiamenti della post-modernità, ad esempio l’espansione del sistema tecnico, la pervasività delle scienze applicate alla vita umana, i fenomeni migratori. E capisce che per affrontare tutto ciò da “laico”, cioè poggiandosi sulla centralità dell’uomo, deve riscoprirsi cristiano. Scopre che i diritti umani hanno la loro radice nel Vangelo. Intuisce che uno degli assiomi della sua collocazione politica (la sinistra) - ovvero, il riscatto degli ultimi - affonda le sue ragioni nel Nuovo Testamento. Ancora: Janne Matlary, da laica protestante, diventa cattolica scoprendo il realismo di Tommaso d’Aquino. Fabrice Hadjadj, filosofo, studia Bataille, Nietzsche e Heidegger, e lì si «prepara» ad accogliere il messaggio del Crocifisso. Marco Tosatti indaga le ragioni del cristianesimo sollecitato dalla testimonianza di vita di Giovanni Paolo II, e recupera la fede d’infanzia. Joseph Pearce resta affascinato dal cattolicesimo trasmessogli dai libri di Chesterton.

 

Il sottotitolo parla di “conversione tra fede e ragione”, perché?

 

Perché spesso queste due dimensioni dell’umano vengono contrapposte, e invece, come ha insegnato Giovanni Paolo II, e su questo insiste Benedetto XVI, sono due realtà che si guardano e si intrecciano nell’uomo che vuole essere onesto con la realtà. Come diceva Pascal, l’ultimo atto della ragione è riconoscere che ci sono infinite cose che la superano. La fede non è contro la ragione, è una ragione “allargata” alla comprensione di quei piani del reale che essa non può comprendere. Ma che esistono. E ci interpellano tutti.



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