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TEMPI/ Marina Corradi: il germe che batte il gelo nichilista

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Crepitano nella fiamma i ceppi, scoppiano le scintille e fuggono veloci, su per la cappa scura.
S’arroventano i tronchi fino a farsi incandescenti. Li stai a guardare e ti ipnotizza quella brace ardente, finché quasi non ti si chiudono gli occhi. È il fuoco, o quel cielo di piombo che da fuori preme e si allarga, e ha cancellato l’orizzonte come se tutto ciò che c’è attorno fosse solo un sogno?

 

O forse quando la terra dorme, in fondo all’inverno, anche gli uomini dovrebbero dormire. Siamo indisciplinati animali che non ubbidiscono ai saggi ritmi del letargo e del risveglio?
Vegliamo, invece, in queste terre e città pallide, fredde, illividite, dove per giorni non si vede il sole. Facendo finta di niente. E tuttavia, nelle mattine come questa, non detta, censurata come assurda, una ridicola ansia nel cuore: ma questo gelo, questa morte, non saranno per sempre?


Il caprifoglio sul cancello è una ragnatela incenerita, e la forsizia ha i rami ingemmati di brina. Fra due mesi sarà la prima a fiorire, gialla, radiosa; e il caprifoglio, a giugno, anche quest’anno lascerà attorno a folate il suo dolcissimo carnale profumo. Il problema, dunque, è crederci. Credere in ciò che è promesso, ed è già, in germe, anche se non è ancora. Senza lasciarsi schiacciare dal cielo color ghiaccio. Crederci, senza ascoltare il ridere beffardo delle cornacchie, sui campi annichiliti.



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