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ARTE/ Roberto Longhi, il critico che insegnò Caravaggio all’Italia

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L’insieme dei suoi interventi critici non si è costruito secondo linee guida sistematiche, e non mancano prese di posizioni che possono sembrare eccessive, ma non sono mai fuorvianti, perché inducono, nella loro imprevedibilità, a una comprensione più profonda dell’opera d’arte. Seguendo il filo della sua ricerca, delle sue osservazioni, delle sue scelte, lo sguardo viene sospinto a penetrare, oltre le apparenze, nel cuore della testimonianza artistica là dove essa cessa di essere esercizio formale e diventa esperienza vissuta: e si comunica, quasi per osmosi, dall’artista allo spettatore.

In un’espressione sintetica e significativa così Longhi individua la grandezza di Caravaggio: «egli suggerì un atteggiamento, non definì regole formali». Nella predilezione per il pittore Giorgio Morandi ne indica il valore con queste parole: «Mi parve di intendere che Morandi si mettesse in difesa dovunque vedeva pungere anche un sospetto di eloquenza, di turgidezza, di agitazione, di retorica della violenza fisica, della forza, del titanico, del capaneico e simili» (Dalla prefazione alla mostra fiorentina di Morandi, 1945)

Scrive, il nostro autore, nelle pagine de L’arte italiana e l’arte tedesca, anno 1941: «L’arte non è istituzione convenuta, ma libera produttività interna. La sua storia, una storia di persone prime: gli artisti».

In questa prospettiva è possibile che l’arte diventi per ognuno, non solo per gli esperti, occasione di incontro reale, confronto e approfondimento di esperienza umana che supera i confini del tempo e delle epoche storiche, perché sempre attuale nel suo cuore.



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