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LETTURE/ Indiscreti ed intriganti, siamo tutti un po' Donna Prassede...

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Manzoni lascia tra il capitolo 25 e 27 de I promessi sposi un ritrattino tra i più felici, anche se non tra i più noti, di un costume molto diffuso in ogni tempo, quello delle corte vedute nei pensieri, della mancanza di avvedutezza nelle parole e nelle azioni, dell’intenzione a fare il bene a modo proprio. Come non riconoscersi, anche se non si vive nel Seicento e non si è nobildonne?


La consueta simpatia con cui l’autore guarda i suoi personaggi spunta le armi di una cattiva ironia che stigmatizza soltanto e non fa riflettere e vigilare sulle proprie abitudini mentali e pratiche. Non a caso i testi biblici e i grandi autori della tradizione cristiana spesso mettono in guardia dalla vana curiosità, invitano a porre un freno alle parole e ad agire con prudenza nei confronti di situazioni concrete, la cui realtà è celata dall’apparenza.


È più facile di quanto non si creda essere intriganti, nel senso più proprio e non malamente traslato con cui questa parola oggi viene usata. Ma è anche possibile imparare, dai difetti propri e altrui, la virtù della discrezione.

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