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PASQUA/ La Passione del Colosseo, quel "sacro legno" che redime i pagani di ogni tempo

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Ma la fama del teatro sacro del Colosseo era ormai dilagata per tutta Italia. Il suo copione si impose come la traccia più sicura per le rievocazioni scenografiche della passione che nei più diversi luoghi altre confraternite, gruppi religiosi o intere comunità di abitanti continuarono ad allestire quando si riaprirono gli spazi per una creatività in cui i contenuti del cerimoniale della Settimana Santa si riversavano in uno spettacolo che esaltava la memoria dei misteri culminanti della storia della salvezza, trasformandoli in un toccante catechesi fatta di gesti contemplati e di sferzanti immagini visive. Ristrascritta manualmente senza posa, ristampata in innumerevoli edizioni, la passione del Colosseo vide rinsaldarsi la sua autorevolezza nel corso del Seicento, del Settecento e così pure nel secolo successivo. Ancora oggi il suo canovaccio poetico costituisce la trama su cui gli abitanti di Sordevolo, nei pressi di Biella, periodicamente ridanno vita alla passione di Gesù, con il loro teatro popolare radicato nella tradizione della comunità.

 

L’ostinata persistenza di un omaggio alla fede religiosa che ha attraversato i secoli dell’età moderna è di per sé un invito risoluto a immergersi nell’universo di emozioni e di affetti di cui esso è la punta più clamorosa. Dobbiamo soltanto riuscire ad andare al di là della patina di un italiano reso oggi antiquato dall’usura del tempo. È l’unica cosa che occorra per rimettersi in sintonia con il suo spirito di fondo: ritrovarlo come un fervore palpitante sotto il mantello di cenere che lo ha avvolto. Per fare questo, basta riprendere in mano la preziosa riproposta che ne ha fornito Vincenzo De Bartholomaeis, nella sua ricca raccolta di Laude drammatiche e rappresentazioni sacre, alla metà del secolo scorso (volume II, Firenze 1943, pp. 154-196). Basta la semplicità di un ascolto.

 

E allora si può tornare a cogliere che l’attenzione esasperata fino ai minimi dettagli, dentro il realismo di una grande azione corale, aveva in primo luogo lo scopo di riattualizzare il fitto intreccio di vicende da cui si era sprigionato il dono della redenzione. Tutto era ripercorso dall’inizio alla fine, aderendo con millimetrica precisione alla fisicità di una storia in cui si era chiamati a immedesimarsi, divenendone attori protagonisti. I fatti dovevano essere ostentati in tutta la loro forza patetica, coinvolgente al massimo grado, come se dovessero riaccadere ogni volta di nuovo. Si tornava a salire, sulla scia dei passi di Cristo, lungo la via della croce. Il “sacro legno” era di nuovo innalzato come vessillo di liberazione dal male. L’universo intero applaudiva al ritorno della vita nuova spalancata dal miracolo di Cristo risorto, reso per sempre presente in mezzo alla storia degli uomini, giudice misericordioso che li attende alla fine della loro avventura nel mondo. Insieme, si era chiamati a rivivere il prodigio della carità suprema di un Dio che ha avuto pietà del nostro niente, assumendo su di sé il peso di ogni colpa, lui più di chiunque altro innocente.

Al centro del dramma, stava il cuore dell’uomo che rispondeva all’amore di un altro cuore più grande: quello trafitto della Misericordia divina che, stillando l’acqua e il sangue della salvezza, aveva riaperto le porte della speranza per tutti.

 

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