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IDEE/ Marrou lettore di Agostino: dove non possiamo capire non resta che sperare

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Perplexae quippe sunt istae duae civitates: le due città sono intrecciate tra loro, finché il giudizio finale non le separi. La formula è giustamente celebre e ha la sua fonte nella parabola evangelica della zizzania e del buon grano. Chi abbia compreso tale dottrina non potrà più avere una visione manichea del mondo.

 

La storia della Chiesa e la sua bellezza non sono conosciute appieno che da Dio; sulla terra lo storico dovrà sempre fare i conti con un dramma, la cui vitalità e grandezza non sono misurabili, perché il popolo chiamato ad essere santo resta pur sempre composto di peccatori, di carnali, di ignoranti. Il motivo profondo della perplexitas è nel cuore di ciascun uomo, nel mistero della libertà.

 

Non è dunque possibile pervenire ad un giudizio sulla storia, per quanto provvisorio esso possa essere? Marrou ritiene che la successione storica sia rappresentabile come un immenso concerto, che Dio crea e ordina nella bellezza e nel tempo dirige con mano onnipotente. Egli assegna una parte importante alla preghiera, compito di ogni cristiano, anche il più assorbito negli affari del mondo. Si tratta di vivere, là dove si è, nell’attesa attiva dell’adempimento della promessa: Dice il Signore: “Ecco, vengo presto”. Dice la Sposa: “Si, vieni Signore”.

 

Il realismo cristiano non dimentica il male, ma non ne è schiacciato: la speranza è la virtù dell’uomo in cammino nella storia, consapevole d’essere bisognoso di una salvezza che, in pegno, gli è già data. Spe salvi facti sumus, siamo salvi nella speranza e tale speranza coinvolge nel suo moto l'intero universo: "La creazione stessa geme aspettando la gloria dei figli di Dio".



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