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IDEE/ La lezione di McIntyre ai "maestri del sospetto" che considerano il bene comune un'ideologia

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Parlare di bene comune oggi suona quasi come un’eresia. Cosa c’è di più evidente della sua inesistenza? E chi usa ancora tale espressione se non coloro che mirano a presentare come generali – "comuni" appunto - i loro propri interessi. I "maestri del sospetto" lo hanno insegnato a intere generazioni che quella di "bene comune" è un’espressione ideologica.


Eppure le cose non stanno così. Non si tratta solo del fatto che occorre anteporre gli interessi "comuni" a quelli "privati" se vogliamo vivere assieme – come sa qualunque assemblea di condòmini. E’ che di fatto non è così. Nessun gruppo musicale, nessun team di ricerca, nessuna azienda familiare esisterebbero senza bene comune. Ed è evidente che di queste cose, grazie a Dio, è piena la società.


Ma cos’è questo (benedetto) bene comune? A me lo ha insegnato il filosofo americano di origine scozzese Alasdair MacIntyre. Si fa esperienza del bene comune ogni qual volta ci si pone il problema eminentemente pratico: cosa devo fare (per compiermi come essere umano, per essere "felice"? Che posto devo dare nella mia vita ai beni di ciascuna delle attività in cui sono coinvolto? E’ giusto che lavori quattordici ore al giorno? E la famiglia? E la salute? Si tratta di questioni assai concrete, come ognuno può constatare…


Nei limiti in cui a questa domanda si cerca di dare una risposta (mai definitiva) in termini razionali, non lo si fa mai da soli. Ogni individuo che cerchi di dare una risposta a tali quesiti deve ammettere che non può evitare di coinvolgere altri individui. Può darsi che tale coinvolgimento sia solo potenziale, ma è inevitabile considerare l’opinione di altri che per me sono significativi, che esemplificano un modo di vita interessante, umanamente riuscito.


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