Cultura
giovedì 18 marzo 2010
Sul Corriere della Sera di venerdì 12 febbraio Luciano Canfora ricorda «la natura di quella formidabile macchina guerresca e amministrativa che fu la repubblica romana». Ma «la spinta imperialistica della politica romana - come la definisce lo studioso - e l' ideologia di dominio che la sorregge» sono categorie che non appaiono del tutto esenti dal rischio di una lettura unilaterale.
È singolare che nel III sec. a.C., nel pieno sviluppo delle monarchie orientali nate dall’impero di Alessandro Magno, un poeta greco, Licofrone, rivolgesse la propria attenzione a Roma, molto prima che i Romani stessi si rendessero conto della loro importanza al centro del Mediterraneo. Nell’introdurre il personaggio di Enea Licofrone così dice: Considerato piissimo anche dai suoi nemici, costruirà una patria che i suoi discendenti faranno prospera e celebre nelle battaglie. È già presente quindi, anche in un autore non romano, il rapporto fra la devozione agli dèi e lo sviluppo di Roma. Nel secolo successivo un altro greco, Polibio, dedica tutta la sua opera storica a rispondere alla domanda: come è riuscita Roma in mezzo secolo a divenire signora del Mediterraneo? La sua risposta è essenzialmente politica: Roma ha creato una separazione fra i poteri che ha permesso un’interazione e un controllo reciproco, ed evitato ogni prevaricazione. Anche Polibio comunque rileva la grande religiosità romana, pur interpretandola, secondo lo scetticismo della grecità ellenistica, come uno strumento di potere. Nel frattempo aveva iniziato a svilupparsi anche una riflessione romana sulla propria storia, in forma poetica o storiografica.
Una frase di Catone ci pare sintetizzi questa riflessione: «Gli dèi immortali diedero al tribuno una fortuna pari al suo valore». Tre elementi dunque interagiscono nella vicenda romana: gli dèi, la virtus degli uomini e la fortuna, che nel contesto catoniano è dono divino. E la virtus, pur essendo una qualità personale, opera per il bene di un popolo la cui forza è nell’unità, tanto che Catone non cita nessun personaggio (neanche il tribuno della frase) per nome.
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